Considerazioni sulla globalizzazione

Il 15 novembre 1975, a 50 chilometri da Parigi, nel castello di Rambouillet, i capi di Stati della Germania occidentale, della Gran Bretagna, della Francia, dell’Italia, del Giappone e degli Usa si accordavano su alcune misure per affrontare la crisi in atto e gli accordi, ormai da tempo superati, di Bretton Woods del 1944. L’anno dopo il vertice si estese al Canada e prese il nome di G7. Questi accordi gettavano le basi della globalizzazione moderna che è cosa ben diversa da quella forma di circolazione di merci, di capitali e di uomini che nella storia era di prassi almeno dalla scoperta dell’America. Se, infatti, non mancò anche a quei tempi una colonizzazione culturale dei popoli con i quali l’Europa entrò in contatto, questa non si spinse al punto da negare ogni specificità, a soffocare ogni differenza, in nome di un melting pot indifferenziato. Spesso, anzi, si assistette a una contaminazione reciproca, a prestiti che, inserendosi su di una identità riconosciuta ed affermata, finivano per essere fecondi di nuovi sviluppi. Religione, mode culturali, usi e costumi dell’ “altro” erano adattati come un vestito su di un corpo diverso; certo, era necessario un lavoro di sartoria, ma non si aveva la pretesa che fosse il corpo a doversi adattare al vestito. Il tutto, intendiamoci, non avvenne in modo pacifico e indolore, ma nella storia ben pochi momenti di crescenza si sono verificati senza violenza. E non si tratta di cinismo, ma di semplice constatazione che nessun parto è indolore. Nella nostra contemporaneità, invece, assistiamo a qualcosa di profondamente diverso; dietro le continue prediche pacifiste e una visione patetica e antistorica dei rapporti umani, coltivata del resto soltanto dal nostro continente e particolarmente in Italia, si verifica un continuo depauperamento della ricchezza culturale che solo la diversità restituisce. Ad esprimere con maggiore pregnanza il contesto nel quale ci troviamo a vivere è forse il vecchio termine di mondialismo che sottende una valenza culturale e meglio segnala il rischio che le identità dei popoli siano definitivamente negate da un pensiero unico appiattito su di una visione economicistica e mercantilistica della vita. La globalizzazione contemporanea, infatti, nasce dall’incontro tra la vecchia globalizzazione economica e il mondialismo culturale, quando ci si rese conto che per il pieno successo della prima occorreva l’imposizione del secondo; si potrebbe perciò usare il termine globalismo. Werner Sombart – a proposito del liberismo economico e della sua ideologia – affermava che il borghese capitalista è un preciso tipo biopsichico, un soggetto affetto da una malattia da speculazione che ne faceva qualcosa di biologicamente alieno dalla normalità umana. La patologia mercantilistica, infatti, concentra, come tutte le nevrosi, l’attenzione psichica su di un unico punto, il potere economico, relegando sullo sfondo gli altri interessi - culturali, religiosi, sociali, ecologici - considerati inutili, stravaganti. Ed è questa, ci sembra, una buona definizione di globalismo.


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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