Oriana

Il 15 settembre 2006 l’Alieno aveva vinto, Oriana Fallaci moriva per cancro nella sua Firenze dove era nata il 29 giugno 1929, dalla Grande Mela era planata all’aeroporto Vespucci con volo privato del Cavaliere d’ Arcore, cortesia a una donna-icona incarnazione e voce di Jo la protagonista del romanzo Piccole donne, come lei  libera, coraggiosa, irruenta, innamorata della scrittura.

Parafrasando un motto di Giulio Sermonti (me ne scuserai)“non morirò del tutto”, tu sei vivente, ancor più oggi pietra d’ inciampo, fischio di richiamo al gregge incolonnato, obbediente, cieco del tratturo intrapreso, ai cattivi pastori non importa l’essere, la vita, la odiano, amano il mercato, deinde alla gogna chi diverge, per questo i cani latrano dai media a compattare il branco e per le pecorelle smarrite non c’è parabola di Cristo che tenga, siano sbranate, punto e basta.

Ti immagino disgustata da quel che vedi e ascolti fumandoti una sigaretta, tu che del giornalismo hai fatto penna di battaglia del riscatto femminile spulciando con arguzia fiorentina le quinte plissettate di re, ayatollah, Segretari di Stato cowboy, il loro paludato apparire scortecciato fino al midollo dallo scalpello delle tue irriverenti domande. Tutta la gavetta, dalla correzione di pezzi, a prima giornalista donna inviata, sfrucugliando la polvere di stelle del cinema, le maison della moda, fino alla Grecia dei colonnelli, l’amore per Un uomo A. Panagulis, e ancora, dal ‘67, nei gironi dell’Inferno  vietnamita, un Curzio Malaparte (tuo amico), più tosta, spigolosa, dura e tagliente in nome della verità, regista-attrice di te stessa in barba a inchini di carriera, fottute regole, bon ton di guitti inetti.

Un tempo si diceva “la nuda verità”, quella da te scavata, non la fazione colorata dei quartieri (bianchi, verdi, azzurri, rossi del calcio fiorentino), o peggio dei partiti, ideologie dominanti o di quel mainstream, lemma anglofono chic dell’intruglio asettico, amorale che è il pensiero unico, inzuppato nella melassa buonista, trasversale, di coniati nuovi luoghi comuni gracchianti all’infinito con la puntina inceppata sul vinile.

Quattro sorelle come nel romanzo di L. May Alcott, papà Edoardo artigiano, militante socialista, innamorato dei libri, mamma Tosca idem, casalinga, tu partigiana a 14 anni con le munizioni nel cesto nascoste sotto l’insalata attraversando le secche dell’Arno in bicicletta, un soldato adolescente della Resistenza con tanto d’ onorificenza dell’Esercito Italiano. Liceo Classico, Università in punta di piedi, Medicina, no non fa per te, virata a Lettere mentre già albeggiavi da giornalista e allora al bivio via la feluca, niente corona d’ alloro sulla testa, meglio pestar tasti sulla mitica Lettera 22.

Il giornalismo uno strumento per costruire la propria indipendenza, ma il traguardo era ben altro riassunto sulla lapide che ombreggia sulle tue spoglie “Oriana Fallaci. Scrittore”, 12 libri pubblicati, venti milioni di copie vendute in tutto il mondo, eppure è bastato La rabbia e l’orgoglio del 2001, all’indomani del 11 settembre, a cancellare il tuo lavoro di inviata, di scrittrice di successo, di partigiana e femminista, fu fuoco a volontà contro “una stronza razzista” eretica del dialogo Islam-Occidente, fu rogo per questa Pulzella di Firenze che indossava abiti maschili, scelse l’esilio volontario quasi un destino per i fiorentini scomodi al potere.

Cara Oriana qui niente è cambiato, anzi i talebani (non solo afgani) sono nuovamente in sella, l’Eurabia da te preconizzata non è più una profezia, il gregge è immunizzato dai virus libertà e democrazia, bela, bela lasciando gli ultimi cascami di lana, quel poco che resta d’ antiche virtù e valori, scrivesti “odio la morte, amo la vita” beh diverrà legale l’eutanasia cioè uccidersi coi sicari, è la cultura della morte che ha fatto, in anni, strage di innocenti sempre coi sicari, tu che scrivesti lo struggente Lettera a un bambino mai nato.

Ti dedico, nel mio piccolo, l’ultimo verso di una poesia amara di Robert Brasillach, non arricciare il naso, lo so, era sulla riva opposta ma pagò con la morte e dice: “Il mio Paese mi fa male. Quando riuscirà a/guarire?” Faccelo sapere.

 

Immagine: https://www.firenzetoday.it/

 


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Editoriale

 

Il cappio al collo

Di Adriano Tilgher

Un vero cappio quello che il “salvatore dell’Italia”, Mario Draghi, ci sta mettendo al collo con le linee guida per l’utilizzo degli oltre 200 miliardi che stanno arrivando dalla UE. Questi soldi, non solo indebiteranno le nostre future generazioni, ma sono vincolati sia nell’utilizzo, che alle riforme da attuare. Utilizzo e riforme potentemente condizionati dalla volontà dei tecnocrati di Bruxelles. Su queste basi si muovono sia la riforma Cartabia della giustizia, in parte inutile perché non tocca temi fondamentali, quali la separazione delle carriere ed altro, in parte dannosa, perché restringe i margini del giusto processo, sia la legge Zan, una legge che discrimina, penalizza, diventa fonte di odio.

 

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La Spina nel Fianco

 

Carlo Vichi - imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto "Il folle" viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell'imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l'intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l'allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, "Self-made man", come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell'imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all'avanguardia.

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