RECENSIONI: The Myth of western civilization. The West as an ideological category and political myth - di Enrico Ferri

Note a margine ad uno studio che farà discutere.

Ho l’onore di conoscere il prof. Enrico Ferri, docente di Filosofia del diritto e storia dell’Islam dell’università UNICUSANO, da quando, parecchi anni fa è venuto ad abitare nel mio condominio. La nostra diversa, anzi opposta formazione (provenendo Lui dall’anarchismo militante degli anni 70 ed io dai movimenti nazional/rivoluzionari dello stesso periodo) non ci ha impedito e non ci impedisce, di avere scambi di opinioni su svariati temi culturali nonchè sull’attualità politico/sociale. Ed in forza di questo leale rapporto il prof. Ferri mi ha chiesto un parere sul suo ultimo lavoro pubblicato in inglese (e in attesa della pubblicazione in Italia) da una  importante casa editrice americana. Nonostante la mia pigrizia ho accettato con piacere e gratitudine e lo ringrazio per la considerazione dimostratami.

 Enrico Ferri, peraltro, ha sempre dedicato una particolare attenzione al mondo della destra che negli anni Ottanta si chiamava “extra-parlamentare”, ai suoi autori di riferimento, come Evola, Guenon e Jünger, come pure ai movimenti storici da cui trae ispirazione. Nel 1983 , ad esempio, uscirono a sua firma due paginoni sul quotidiano Lotta Continua, dedicati a quel fenomeno politico-culturale allora chiamato “Nuova Destra”. I due contributi muovevano da una prospettiva critica, mostrando però interesse e capacità analitica verso un emisfero politico e culturale che nell’emisfero di sinistra generalmente si riteneva privo di una articolata e specifica Weltanschauung. Allo stesso tempo il prof. Ferri ha dedicato vari saggi a Julius Evola ed un capitolo di uno dei suoi libri su Max Stirner (La Città degli unici –Giappichelli, 2000) ha per titolo “Der Kamarad Max Stirner” e riporta un’articolata analisi sull’influenza che l’autore de L’unico e la sua proprietà ebbe su personaggi come Carl Schmitt, Ernst Jünger, Julius Evola e lo stesso Mussolini.   Ho letto vari lavori che il prof.  Ferri ha dedicato al nostro mondo e devo ammettere che, pur non condividendone il giudizio complessivo, li ho sempre trovati non banali, assai informati ed ottimamente elaborati. 

L’ultimo Studio del prof. Ferri, edito negli USA per i tipi della Nova Publishers, il maggiore editore di New York, ha per titolo Il Mito della Civiltà occidentale. L’Occidente come categoria ideologia e mito politico. È il risultato di un eccellente quanto faticoso percorso di ricerca e di critica storica, ma pure di critica antropologica, filosofica, di geografia politica e di storia delle religioni abramitiche. In questo Studio è presente una ricchissima bibliografia e un meticoloso rinvio alle fonti antiche e moderne, in molteplici lingue, a conferma del meticoloso impegno dell’Autore e della serietà e accuratezza dell’Opera. L’arco temporale in cui si situa l’analisi delle quasi trecento pagine del Libro è assai esteso, va dalla guerra di Troia (il proto-mito all’origine dell’Occidente) alla modernità “democratica”. Le coordinate geografiche dello studio sono essenzialmente legate all’Europa ed al vicino Oriente, a quelli che furono gli “spazi” della civiltà prima greca e poi romana, del nascente cristianesimo, ma pure della grande civiltà achemenide e nel tempo i luoghi di diffusione dell’Islam, tutte realtà centrali nel discorso sulla contrapposizione Oriente-Occidente.

Il termine Mito, presente nel titolo del libro è usato in una duplice accezione: nella sua valenza originaria questo termine rinvia ad una narrazione (pensiamo ad esempio al Mito del rapimento di Elena) che ha una struttura elementare e condivisa. Nel caso appena ricordato, consiste nella convinzione che Elena fu rapita da Paride. Esistono però una serie di varianti diverse l’una dall’altra che rappresentano diversi ed opposti esiti del mito: secondo la versione più diffusa Elena fu ricondotta a Micene da Menelao, ma Euripide nelle Troiane, la descrive ridotta in schiavitù con le altre donne di Troia. In linea con questa prima lettura del Mito proposta dal Ferri (che è la stessa che troviamo nel contesto greco), l’Occidente sarebbe per molti una realtà tangibile e contrapposta nel corso dei secoli ad un Oriente altrettanto caratterizzato. Almeno a partire dalle guerre persiane, che videro la contrapposizione fra la Grecia/Europa e Persia/Asia. Allo stesso tempo, l’A. sostiene che nel corso dei secoli questa contrapposizione sia stata riempita con i contenuti più diversi e che siano stati eletti a campioni dell’Occidente e dell’Oriente realtà assai differenziate e incompatibili fra di loro, ad esempio Cristianesimo e Democrazia, oppure mondo Greco e Cristianesimo, che nei fatti fu implacabile nemico del primo. Ferri contesta che si possa stabilire un nesso di continuità, in nome della civiltà occidentale, fra realtà come la grecità, la civiltà romana, il cristianesimo, la democrazia.

 L’A. usa il termine Mito anche nella sua valenza negativa (invenzione, esagerazione, frutto immaginario senza solide radici), soprattutto se riferito ad una CIVILTA’ costituita da uno o più popoli che conquista e permea dei suoi valori quell’ambito geografico per diversi secoli, fino a divenirne la CIVILTA’ paradigmatica. Con questa duplice valenza va letto lo stesso titolo dello studio, Il Mito della Civiltà occidentale.

Ne Libro si sostiene, pertanto, che la categoria di OCCIDENTE rinvia ad un sostrato metafisico, prima che geografico, che rinvia alla contrapposizione con una civiltà alternativa, un ORIENTE portatore di altri valori che nel corso del tempo possono cambiare (Persia, Islam, Comunismo, ecc.), ma che mantengono caratteri di alterità radicale e di incompatibilità con il contesto occidentale, che il prof. Ferri definisce Euro-America. Questa concezione si è pienamente affermata nel XXsimo secolo e viene comunemente condivisa dall’intellighenzia del più diverso orientamento politico ed ideale, seppure con interpretazioni differenziate, se non opposte, ad esempio sul ruolo avuto dal Cristianesimo nella costruzione della moderna Europa.

 Questa è allo stesso tempo la tesi che il prof. FERRI contesta: che possa definirsi una chiara identità occidentale, con caratteristiche ricorrenti nei secoli e che esista uno storico conflitto di civiltà fra Occidente ed Oriente.

Obbedendo, anche Lui, studioso per altri versi serio e meticoloso, (ma chi resiste allo spirito del tempo?!) al politicamente corretto, veleno per ogni verità, butta sbrigativamente alle ortiche una delle chiavi principali se non esclusiva, per una lettura esaustiva del problema. Mi riferisco a quello che potremmo definire il primato antropologico e di civiltà di quei popoli che hanno fatto tanto la storia dell’Occidente, ma pure per millenni la storia tout-court, anche attraverso un’originale rielaborazione delle conquiste di altri popoli come i cinesi e gli arabi. Il prof. Ferri, ad esempio ricorda il grande contributo della scienza e della ricerca araba alla rivoluzione scientifica nell’ Europea del Rinascimento, ma senza la capacità di acquisizione, rielaborazione e trasformazione dei risultati teorici in strumenti pratici ed operativi, i risultati di mezzo millennio di scienza araba sarebbero rimasti in buona parte incapaci di produrre quella rivoluzione delle scienze, che personaggi come Galileo Galilei avviarono. Ma sostenere queste tesi non è oggi politicamente corretto e ricordare diversità e conquiste della civiltà culturale e tecnologica dell’Occidente è considerato segno di intolleranza, se non di razzismo.

Preclusasi quindi questa chiave interpretativa (secondo noi essenziale per una corretta analisi del problema) l’A. parte all’assalto del concetto di Occidente quale si è venuto a configurare oramai da più di due secoli, a partire dall’origine di quella che considera la falsa contrapposizione oriente /occidente, che già Erodoto nelle sue Storie fa risalire alla mitica guerra di Troia.

Il prof. Ferri demolisce, con ricca messe di rimandi storici e di critica storica, la presunta contrapposizione tra Troiani (Oriente) e Greci (Occidente). E qui il compito è stato agevole, in quanto le due civiltà appaiono essenzialmente simili, per valori, religione, stili di vita, visione del mondo, tecniche di combattimento, ecc.

Anche l’idea che il nucleo storico originario del concetto di Occidente, come realtà altra e alternativa dell’Oriente, possa farsi risalire alle guerre persiane è contestato dall’Autore. Ne Il Mito della Civiltà occidentale si ricostruisce accuratamente la nascita dell’idea della contrapposizione Europa–Asia, che per prima versione ebbe il contrasto fra Grecia e Impero persiano (490-479 a.C.), tesi che troviamo già in Erodoto, Isocrate, Aristotele, ecc.  ed è recepita nel contesto dell’Ellade del V e IV secolo. Allo stesso tempo l’Autore sottolinea con non pochi argomenti la vicinanza fra questi due mondi, soprattutto nella regione anatolica, l’attuale Turchia, la contiguità sul piano economico, commerciale, culturale e finanche, seppur ambiguamente, politico per il ruolo che giocherà la Persia, l’“oro persiano”, nelle relazioni fra le città greche nei decenni a venire.

  Per un altro verso l’A. mette in risalto le rivalità ed i conflitti esistenti nel contesto greco, persino nei decenni delle guerre persiane fra realtà come Atene e Tebe, al punto che le guerre persiane vengono definite non solo guerre per l’indipendenza, ma pure stasis, guerre intestine, guerre civili.

Questa interpretazione, anche se suffragata da un’analisi storica ricca e minuziosa (L’A. visita gli storici dell’epoca e compulsa vari lavori a questo riguardo) non convince del tutto. Se per un verso nel libro si contesta l’unità sul piano etnico, politico e culturale di una contesto umano che potremmo definire Occidente, per un altro verso viene esaminato il grande contributo, al formarsi di una comune cultura mediterranea soprattutto “scientifica”, di popoli come i Fenici, maestri della navigazione, del commercio, del calcolo astronomico, della scrittura, della pesca, dell’esplorazione, ecc., ma pure degli Egizi dei quali in molteplici campi i Greci stessi si dichiararono debitori, per non parlare degli Arabi che per secoli , durante i secoli del medioevo cristiano, furono gli antesignani della ricerca scientifica e della salvaguardia del patrimonio della classicità greca e romana che tramandarono ai secoli successivi. 

Anche qui, pur non contestando le affermazioni dell’A. circa l’importanza per il grande contributo di queste comunità in svariati campi (commercio, fondazione di colonie, uso della scrittura, urbanistica, etc.), ci permettiamo di dissentire per la sottovalutazione delle differenze profonde che pure vi erano; differenze radicali e non sanabili in quanto risultato di un diverso approccio antropologico, culturale, psicologico, etico e via dicendo, cioè di un insieme di fattori che potremmo definire, appunto, “Civiltà”. Nessuno contesta i contributi, anche i più svariati ed eccentrici, di altri popoli al dispiegarsi di una particolare civiltà ma, come si ricordava più sopra, è proprio la capacità di quest’ultima di rielaborarli e farli propri, in un processo di assimilazione e insieme superamento, che differenzia e caratterizza una Civiltà in senso proprio e ne assicura il primato sul piano storico!

Roma, il suo Impero e la sua Civiltà, è stata spesso considerata uno dei pilastri dell’Occidente, o almeno questa è una diffusa vulgata, assieme a quella che vorrebbe Roma strettamente connessa all’Ellenikon, alla grecità, e poi premessa dell’impero e della civiltà del Cristianesimo. L’Autore contesta, o comunque ridimensiona questi legami, secondo prospettive diverse, muovendosi agevolmente fra Autori classici, mito, storia del Cristianesimo e delle civiltà antiche. Definisce il rapporto fra Roma e la Grecia molto più articolato di quello di una mera relazione di imitazione-appropriazione. Indubbiamente Roma subì l’influenza della Grecia, ma limitatamente ad alcuni settori, ad esempio fu predominante in ambito artistico ma assai limitata nel recepirne modelli politici. Il prof. Ferri usa abilmente il Mito di Enea, così come è elaborato e letto nella Roma augustea, per mostrare che i Romani per un verso vollero far derivare le loro origini da un contesto greco/troiano, ma allo stesso tempo originale, diverso, “asiatico”, a voler rimarcare vicinanza e allo stesso tempo originalità rispetto al modello greco, dal quale la Roma augustea sostanzialmente si emancipa. Se Roma non può considerarsi come un mero sviluppo dell’Ellade, ancor meno, secondo il prof. Ferri può considerarsi una civiltà vicina al Cristianesimo. Quest’ultimo, secondo l’A., non ha alcuna compatibilità con la civiltà classica rappresentata, con i necessari distinguo, da Atene e da Roma. L’A. riporta una serie di documenti, eventi e testimonianze, del resto note, che mostrano come con Costantino prima e poi con Teodosio, la vittoria del Cristianesimo significò la fine dell’arte, della filosofia, del mito, in breve della religione e della cultura della tradizione, del “politeismo”, ricordando episodi come quello di Ipazia, simbolo della cruenta distruzione di un mondo e di una cultura. Dopo pochi secoli dalla decisione di Teodosio di fare del Cristianesimo l’unica religione dell’Impero, ricorda l’A., del mondo antico rimasero solo rovine e sparirono nel nulla milioni di “pagani”, con i loro templi, la loro arte, la loro filosofia, la loro Civiltà.

Quindi l’“Asse” Atene-Roma-Gerusalemme appare al prof. Ferri del tutto improponibile come sostrato dell’Occidente, perché queste tre realtà sono a suo avviso sostanzialmente diverse, quando non incompatibili.

Anche la tesi di un Occidente prima cristiano e poi democratico opposto all’Islam asiatico, tesi che ha avuto la sua più nota formulazione nel noto testo di Samuel Huntington Lo scontro di civiltà, viene riconsiderata e di fatto svuotata di contenuto. L’autore contesta tanto che esista una radicale alterità fra Cristianesimo ed Islam, ma pure che sia possibile stabilire un nesso e una vicinanza fra cristianesimo e moderna democrazia. L’Islam, ricorda il prof. Ferri, si pone nei confronti del Cristianesimo come quest’ultimo si era posto e si pone nei confronti del Giudaismo, cioè come un suo superamento-inveramento, che ne porta a conclusione le premesse e la vicenda storica. Lo stesso Gesù da parte musulmana fu considerato uno dei suoi maggiori Profeti, mentre i cristiani considerarono Maometto un eretico cristiano. Senza considerare l’importante contributo dato dagli studiosi arabi alla modernità europea, in molteplici campi. Quindi, lo scontro millenario fra Europa cristiana (Occidente) ed Islam (Oriente) ebbe motivazioni spesso assai prosaiche, fu uno scontro per il dominio, non solo  fra civiltà, che assieme alle innegabili differenze conservano somiglianze per la loro comune matrice monoteistica e abramitica. Ancor più netto il giudizio dell’A. su una presunta compatibilità fra cristianesimo e democrazia, di cui si ricostruisce brevemente, ma efficacemente la relazione nello scorso secolo. In democrazia c’è il primato del demos, del popolo, della massa, della collettività. Nel cristianesimo c’è il primato di Dio: è una teocrazia riaffermata in chiave mondana dal primato della Chiesa e del Papa nel cattolicesimo. 

Anche se non condivisibile da parte nostra la conclusione (inesistenza dell’Occidente), perché viziata, come abbiamo sopra accennato, da una sottovalutazione, anzi dalla negazione tout court di aspetti importanti che rinviano all’originalità e al primato del modello occidentale, lo studio merita una lettura accurata, non fosse altro che per la ricchezza delle fonti e la descrizione degli intrecci storici, kelsenianamente perfetti, che si dipanano lungo un percorso di tre millenni. E soprattutto per l’analisi profonda dell’avvento del cristianesimo e della sua radicale influenza (nefasta anche?) su tutto il percorso dell’occidente geograficamente inteso. Molte delle analisi dell’autore, a cui si è fatto rapido riferimento, si ritrovano in una serie di schede sul suo blog, in inglese e in italiano, www.ferrisstudies.com.

Al di là delle stesse intenzioni dell’Autore, potremmo concludere che da questo libro emerge chiaramente che una “Civiltà Occidentale”, quale noi vorremmo, non è mai completamente rintracciabile nell’Archivio della Storia (se non, appunto, nella seconda accezione del “Mito”) ma è, soprattutto adesso, una dimensione in buona parte da costruire, attraverso una selezione e adozione di quei principi, culture e tradizioni che l’Europa ha sin qui espresso.

Marcello Politi -  Roma, settembre 2021                 


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