Umanesimo del lavoro e demonia del denaro: cenni storici

Il tema del lavoro, in qualunque società politica, ha sempre assunto un ruolo centrale. Di contro agli utopisti che vagheggiavano, non moltissimi decenni fa, una società libera dal lavoro nella quale ci sarebbe dovuti preoccupare piuttosto della gestione del tempo libero, le società contemporanee tendono invece ad allungare sia gli orari di lavoro che gli anni dell’attività lavorativa.

Se di libertà dal lavoro si può parlare, questa risiede unicamente nella progressiva disoccupazione che la gestione capitalistica dell’economia tende a produrre, soprattutto tra i giovani e non è un caso che il problema del lavoro sia stato assolutamente marginale nell’ultima campagna elettorale, probabilmente la peggiore della storia repubblicana. Diventano perciò attuali le riflessioni che in merito al lavoro sono state elaborate nel pieno di un primo Novecento che al lavoro riconosceva un’assoluta centralità, tanto da costituire elemento cardine dei programmi dei partiti e della propaganda politica.

Nel Convegno sindacale di Bologna, del 24 gennaio 1922, promosso dalla Federazione bolognese dei sindacati nazionali, fondata all’inizio dell’anno da Gino Baroncini, segretario provinciale fascista, si finì per concordare sui seguenti principi: il lavoro costituisce sovrano titolo che legittima la piena e utile cittadinanza dell’uomo nel consesso sociale; il lavoro è la risultante degli sforzi volti a creare armonicamente, a perfezionare, ad accrescere quanto forma il benessere materiale, morale e spirituale dell’uomo; sono da considerarsi lavoratori tutti indistintamente coloro che dedicano la loro attività a questi fini; la Nazione – intesa come sintesi superiore di tutti i valori materiali e spirituali della stirpe – è sopra gli individui, le categorie e le classi.

Sono i principi sui quali si baserà la Carta del Lavoro del 21 aprile 1927, in cui si affermava che il lavoro – in tutte le sue forme intellettuali, tecniche e manuali – è un dovere sociale e solo a questo titolo è tutelato dallo Stato. Sono enunciati che contengono utili elementi di riflessione: in primo luogo il concetto di lavoro e conseguentemente quello di lavoratore si estendono a tutte le attività che promuovono il benessere di una comunità organizzata politicamente da uno Stato e perciò il lavoro si configura piuttosto come dovere che come diritto. In secondo luogo, è il lavoro che crea il cittadino e non l’esercizio di un voto elettorale. Infine, come logica conseguenza delle asserzioni precedenti, il lavoro è questione che riguarda la dimensione politica e non quella del mercato.

La dignità “politica” della persona è legata al lavoro che non può, quindi, essere soggetto alle fluttuazioni e alle instabilità croniche del mercato; semmai sarà il salario che ne risentirà, ma non mai il lavoro. Questa consapevolezza spinse, all’incirca negli stessi anni, molti pensatori a confrontarsi con il tema, assai più di quanto non facciano i filosofi contemporanei.


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Editoriale

 

La valenza sociale del lavoro

di Adriano Tilgher

Per il liberismo il lavoro è soltanto un costo di produzione e, per le leggi di mercato, i costi vanno tagliati. In tale mostruosa concezione dei rapporti umani la fa da padrone il profitto economico individuale, senza tenere in alcuna considerazione il profitto sociale: ovvero tutta l’utilità che deriva per la comunità da un corretto rapporto sociale. 

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Video

Il Bastian Contrario

 

Aspettando il tuo ritorno

Caro Mario,

Non ti nego che provo una certa emozione mista a nostalgia, dovendo scrivere, a nome della Redazione del Pensiero Forte, un pezzo per la rubrica del Bastian Contrario. Una rubrica fatta su misura per te, per la tua penna intransigente, per i tuoi articoli, le tue riflessioni, ricchi di enfasi, passione, cuciti addosso a te, come medaglie sulla divisa di un soldato.

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