A ricordo di chi seppe dire "no"!

Mercoledì, 1° settembre, radio Fenice Europa ha dedicato la trasmissione, nelle ore del pomeriggio, ai “Franchi tiratori” e, per l’occasione, ha chiesto un mio intervento. Quello che segue è quanto è stato letto da una giovane voce e introdotto con parole troppo buone e che non trascrivo. Credo che, navigando in Internet, sia possibile il riascolto dell’intero programma che merita – il mio è qui e riempie uno spazio di certo modesto e misero. Grazie.

Purtroppo ci sono familiari le fotografie e i filmati ove ressa di donne ed uomini ridenti e plaudenti si accalcano intorno a colonne di automezzi alleati con soldati che, come si usa in visita al giardino zoologico con noccioline davanti alla gabbia delle scimmie, gettano con sorrisi ironici e – mi sembra – in modo sprezzante tavolette di cioccolata e pacchetti di sigarette. Italia, 1943-’45.                                                                                           Ci tornano a mente, in questi giorni, davanti al televisore e nel vedere altra forma di ressa intorno all’aeroporto di Kabul. Disperazione. Oppure quando, era l’agosto del ’68, insieme a Riccardo, in piazza San Venceslao a Praga vivemmo caroselli di giovani in spregio ai carri armati del Patto di Varsavia. Tanta la rabbia e tanto l’orgoglio. (In entrambi i casi nessuna libidine di servilismo…).                                                                      

Non tutti, però, in quell’Italia furono i ridenti e i plaudenti; giovani donne e uomini si rifiutarono essere trascinati nell’osceno plauso verso i vincitori. A loro – e va da sé - nessun filmato, nessuna fotografia, forse soltanto anonima fossa comune… Furono i cosiddetti “franchi tiratori” di cui ne scrisse – e, per lungo tempo, fu il solo - Curzio Malaparte in un capitolo de La pelle. I franchi tiratori di Firenze, a cui – anni dopo – Gli amici del vento dedicarono una delle loro canzoni migliori… coinvolgente e commossa. In anni più recenti il documentato studio di Luca Tadolini titolo I franchi tiratori di Mussolini (edito nel 1998) e il romanzo breve e intenso di Mario Bernardi Guardi dal titolo Fascista da morire (2015).

Qui rammento un episodio, tratto dal diario di un partigiano e proposto da Giano Accame nel suo, pubblicato postumo, La morte dei fascisti. Lo sintetizzo con l’ausilio della memoria. Siamo a Torino nei giorni di fine aprile del ’45. Racconta costui come, entrati in città, venissero allertati che c’era un fascista, solitario, che sparava dalla finestra della sua abitazione. Ne circondano il caseggiato, salgono le scale sfondano la porta lo portano in strada per essere fucilato. Egli avanza con passo sicuro si volge all’improvvisato plotone d’esecuzione s’aggiusta la giacca e affronta le bocche da fuoco avide del suo sangue. Strappando un commento di rispettoso riconoscimento per questo saper morire per le proprie idee. E vi ritrovo, in quel gesto di rassettarsi la giacca per andare incontro al destino, la riprova di quanto scriveva Dostoevskij, ne L’idiota e divenuta celebre, la frase di come solo la bellezza possa salvare il mondo… Quel “a cercar la bella morte” che non appartiene al mondo esclusivo dell’estetica ma, proprio suo tramite, svela virtù quali la fierezza la fedeltà l’onore… E non posso sottrarmi dal riflettere sull’ideale aristocratico, tanto caro al pensiero di Platone, la kalos-kai-agathia, l’unità del “bello e del buono”, dell’armonia delle belle forme con le virtù dell’animo, che in Roma seppe tradursi nella sintesi di “mens sana in corpore sano”.

A Firenze ogni anno, l’11 agosto, la comunità giovanile di Casaggì in un composto corteo e dignitoso silenzio, tricolore e corona di fiori, rende omaggio a quei caduti definiti in modo facile e rozzo della “parte sbagliata”, a tutti quei combattenti in camicia nera sepolti nel cimitero di Trespiano. E aggiungo e sottolineo come, nel cinquantesimo anniversario della battaglia sulle sponde dell’Arno (1994) le varie associazioni dei reduci USA vollero organizzare una comune cerimonia fra i veterani dei due fronti in lotta, da una parte gli americani e gli inglesi e dall’altra i tedeschi, e furono invitati i combattenti della Repubblica Sociale non però i rappresentanti dei partigiani… e la dice lunga nonostante tronfie e osannate rivendicazioni di una storia cialtrona e gabellata come nazionale a cui, oltre tutto, ormai nessuno giustamente presta interesse.

 

Immagine: www.ilprimatonazionale.it                                                                                                                                                                                                                                                


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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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