Scuola di Pensiero Forte [105]: relazione delle funzioni governative al Bene Comune

Premesso che il termine governare indica ciò che serve a condurre al fine dovuto l’oggetto che si governa, appare di conseguenza che se una cosa viene ordinata a un fine che è fuori di essa, è mansione dell’incaricato al governo il raggiungimento di tale scopo. Stiamo parlando un fine che ha un che di estrinseco, non soltanto intrinseco, ed è per tale ragione che il governare è cosa che riguarda più persone e mai soltanto il singolo, sia che si intenda l’esercizio del governo come di un singolo rappresentante, sia che si tratti di una forma collegiale, perché sempre e comunque oggetto del fine politico è una pluralità.

Accade che vi sono delle forme di governo che conducono ad una maggiore perfezione del fine, mentre altre meno o con tempi diversi, talune addirittura portano alla distruzione dell’uomo e non alla sua realizzazione. Le mansioni del governo, quindi, dipendono dal fine, ed il criterio in base al quale si stabilisce il fine della società intera e dell’individuo singolo deve essere uno solo, così da evitare sia i conflitti d’interesse, sia la concorrenza dei fini. Bisogna precisare che per unico fine non so intende l’annientamento degli scopi personali, o l’omologazione, o l’accomunamento arbitrario ed eterodiretto, ma si fa riferimento a quel fine che è più alto di tutti gli altri, e che è allo stesso tempo individuale e comune, che è il Bene ultimo cui è ordinato il cosmo intero; sotto al Bene Comune rientrano i molteplici beni differenziati.

È questa la virtù che gli antichi indicavano quale senso del vivere sociale, che loro chiamavano “vita buona” ed è interessante notare come, nel corso della storia, non sia mai stato possibile sostituire o demolire l’aspetto virtuoso del vivere sociale, tentando invece più volte di ridefinirlo o sostituirlo con feticci di vario genere. Una conferma concreta della validità di questa dottrina la troviamo nella constatazione che della società fanno parte soltanto coloro che hanno un reciproco rapporto comunitario proprio nella loro vita buona; se gli uomini si radunassero solo per il vivere biologico, anche gli animali costituirebbero una parte del raggruppamento civile. L’essere umano è superiore, dovutamente alla sua capacità di raziocinio, non si accontenta del mero vivere biologico ma ha bisogno di relazioni e di crescita, di una evoluzione permanente individuale e collettiva.

Provando a togliere l’ampio respiro di senso che il riconoscimento di un fine ultimo offre, ciò che resta è una confusa materialità che si contraddice da sola e che sempre la Storia ci insegna essere fallimentare. Provate a considerare un governo che non opera in vista della realizzazione condivisa: cosa ne viene fuori? In realtà non c’è bisogno di pensarci molto, basta guardarsi attorno: le forme politiche contemporanee sono l’apice della degenerazione di quell’allontanamento sopra accusato e ci stanno portando alla distruzione completa, con una gradualità programmata ed esponenziale. Più ci allontaniamo dal vero obiettivo, più la società intera va verso l’annientamento. Le relazioni e gli strumenti di potere sono accessori del governare, ed il governare è uno strumento, un mezzo della vita comune, non il fine stesso e nemmeno un sostituto. Il microcosmo della vita politica ha un ordine che, se turbato dall’intromissione di fattori discordanti, vacilla e degenera verso una forma distruttiva dell’essere umano, ma non per questo definitiva ed irreversibile.

È nelle opportunità da considerare in qualsivoglia revisione dei paradigmi politici il ricentramento della felicità della persona quale scopo della politica, realizzazione piena non soltanto del singolo ma di tutta la comunità sociale.

 

 


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Editoriale

 

Bisogna stare attenti

di Adriano Tilgher

Ormai è tutto molto chiaro. Esiste un governo fatto da coloro che fino a ieri erano l’un contro l’altro armati e che oggi sono compagni di merende, succubi inerti ed impotenti sotto un padrone che li fa parlare, li fa agitare, li fa proporre ma poi fa ciò che gli pare.

Tutto questo mi fa paura, l’incoscienza e lo spirito antitaliano delle più alte autorità di quello che rimane dello stato italiano hanno consentito, in nome della più inosservata carta costituzionale (buona per tutte le soluzioni), una serie di colpi di stato che oggi hanno messo il destino nostro e dei nostri giovani nelle mani di un personaggio, freddo, calcolatore, che nessuno controlla e nessuno può fermare, soprattutto perché la gente è convinta di avere un nuovo salvatore.

Siamo in una situazione disperata, grazie proprio a quel mito fasullo della democrazia, per cui i più contano e i meno non contano nulla; proprio quei più che sono frutto dei condizionamenti dettati dai media totalmente in mano ai detentori delle risorse planetarie che vogliono dominare il mondo e trasformare gli esseri umani in consumatori compulsivi privi di volontà.

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La Spina nel Fianco

 

Vogliamo i Colonnelli

1934, Giovacchino Forzano (Borgo San Lorenzo 1883 Roma, 1970) regista amico di Benito Mussolini, convince il Duce del bisogno di dotare l'Italia di una città del cinema, su modello Hollywoodiano, 3 anni dopo sarà fondata Cinecittà, ma la prima vera città del cinema, dotata di teatri di posa e di maestranze specializzate nasce a Tirrenia il Toscana, a metà strada fra Pisa e Livorno. Forzano rileva la struttura della Tirrenia Film un complesso di stabilimenti cinematografici costruiti su disegno dell'architetto Antonio Valente. Al progetto viene dato il nome di "Pisorno", unendo i nomi delle 2 città toscane eternamente rivali, Pisa e Livorno. Forzano reduce dal successo commerciale del Film "Camicia nera" del 1933 dotò Pisorno di nuove professionalità fino ad allora scarsamente rappresentate in Italia, fonici, tecnici del suono, ispettori di produzione, molti dei quali,  si trasferirono successivamente negli stabilimenti di Cinecittà. Negli stabilimenti della Pisorno reciteranno tra gli altri: Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Eduardo de filippo, Ugo Tognazzi, e Fred Astaire. Forzano vi diresse i film “Sei bambine e il Perseo” (1939), “Il re d'Inghilterra non paga” (1941), e “Piazza San Sepolcro” (1942). Vi è stato girato anche il primo "cinecomics" italiano "Cenerentola e il signor Bonaventura" diretto nel 1941 da Sergio Tofano, che portò sullo schermo quel "Signor Bonaventura", esordito nel 1917 sul Corriere dei Piccoli. Durante le riprese la famiglia Forzano viveva spesso a Tirrenia, ed il figlio Giacomo, insieme ad amici era solito fare scherzi, che verranno poi immortalati sul grande schermo nella trilogia di "Amici Miei", si perchè fra quei ragazzi c'era anche Mario Monicelli.

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