Scuola di Pensiero Forte [92]: i meccanismi teoretici del potere: la manipolazione [2]

La manipolazione, dunque, è possibile su più dimensioni della vita umana, è uno stratagemma erestetica applicato costantemente. Il secondo tipo di manipolazione differisce dal primo poiché costituisce una forma di quella che chiameremo influenza: consiste cioè nel predisporre o nel condizionare la volontà degli agenti, o i loro desideri, preferenze e credenze. Affianco al termine erestetica, inventato da William Riker, possiamo mettere quello più antico di retorica.

Il potere manipolatorio del secondo tipo può agire come forma di controllo sia di individui che di agenti collettivi, venendo impiegato per scoraggiare o prevenire l’azione collettiva, oppure per forgiare una volontà collettiva, andando a manipolare i presupposti di insorgenza e crescita dei dissensi. Questa dinamica può sembrare complicata a spiegarsi, ma è in realtà più usuale di quel che pensiamo. Ad esempio, l’influenza agisce incentivando i potenziali cooperatori a privilegiare gli interessi a breve termine anziché quelli a lungo termine, scoraggiando solidarietà e altruismo, promuovendo norme che favoriscono la cooperazione omertosa (pensiamo alla regola di omertà della Mafia), propagando o inculcando un atteggiamento pessimistico e fatalistico in merito ad un argomento di particolare rilevanza sociale, scoraggiando il successo dell’attività collettiva, convincendo circa dei risultati positivi o negativi per esempio durante le elezioni politiche o davanti momenti particolati della Storia.

Questa forma di manipolazione, sia chiaro, funziona non solo a livello di massa ma anche per singoli casi. Ciò può avvenire nel lungo periodo, andando ad influire nella socializzazione, oppure situazionalmente, vale a dire in un contesto d’azione dove il soggetto determina desideri e preferenze. Per fare ciò, basta creare alternative, una sorta di gioco di convenienze, molto facile nel XXI secolo dominato dalle pubblicità e dal consumismo. La manipolazione può modificare la struttura, che a sua volta modifica le preferenze. I soggetti implicati come vittime della manipolazione, che ne siano coscienti o meno, reagiscono adattando endogenamente le proprie preferenze alla situazione, con una accettazione attiva o passiva, cercando un riequilibrio cognitivo; il potere consiste, qui, nell’imporre delle restrizioni, palesi od occulte, che conducano ad accettare la situazione senza via d’uscita, venendo accettata come inevitabile o immutabile. Ecco il trionfo della manipolazione: convincere che non c’è via di scampo. La manipolazione dà luogo ad un indottrinamento, fatto di simboli, rituali, convinzioni, ridefinendo con precisione le forme della cultura per cambiare decisamente la relazionalità umana, portandola verso una ben precisa direzione e mèta. L’agire caldo/freddo, toccando cioè sia l’aspetto emotivo e soggettivo delle persone, sia quello sociale ed esterno, fa sì che a rendere tale manipolazione razionale è l’uso strategico dell’arte di superare la forza dell’argomento migliore: modificando il modo di vedere e comprendere il mondo, si cambiano non solo le persone, ma anche il mondo. Modificando la desiderabilità delle alternative, si arriva a far credere che non vi sia alcuna differenza, alcun bisogno di cambiare o scegliere una narrazione differente da quella imposta.

La formulazione di argomenti è l’elemento essenziale dell’arte della retorica e costituisce un altro importante potere manipolatorio. L’economista Albert Hirschman[1] parlò di una retorica della reazione, individuando tre tesi o struttura di argomenti avanzanti contro le riforme degli ultimi secoli: contro il principio di eguaglianza davanti la legge e contro i diritti civili nel XVIII secolo; contro il suffragio universale nel XIX secolo; contro il welfare state nel XX secolo. La prima tesi è detta “dell’effetto perverso”, ed afferma che ogni azione che mira a migliorare una qualche aspetto dell’ordine politico, sociale o economico esistente serve solo a peggiorare la situazione che si intende correggere. La seconda è quella della “futilità”, secondo cui i tentativi di trasformare la società risulteranno vani, non sortiranno alcun effetto. La terza tesi, o “della messa a repentaglio”, dice che i costi del cambiamento o della riforma proposti sono troppo alti, in quanto mettono a repentaglio altri risultati già conseguiti. A rendere retorici questi argomenti è il loro carattere intransigente, la loro scaltra refrattarietà ai dettagli delle situazioni reali che dovrebbero illustrare nonché a soluzioni di compromesso costruttive.

Lo status quo generato ha una serie di effetti collaterali, in quanto le dinamiche sociali non sono equazioni matematiche esatte cui basta applicare la formula, bensì sono complessi nodi di variabili in costante evoluzione e trasformazione. Può capitare che azioni intraprese con un certo obiettivo producano ben altri effetti, o che gli attori del potere manipolatorio divengano a loro volta vittime del sistema che hanno creato, o che vi sia una reazione di “immunizzazione” dei soggetti sottomessi, o un vero e proprio risveglio delle coscienze che sventa il sistema della manipolazione.

 

 

 

[1] Cfr. Alberth Hirschman, Retoriche dell’intransigenza, Il Mulino, Bologna 2017.


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