Preferisco il Paradiso

“Roma è stanca e ha diritto di riposare”, rispose Gigi a un giornalista longobardo, al contrario lui non era mai stanco, a luglio aveva riaperto con tigna il Globe Theatre a Villa Borghese di cui era direttore artistico da 17 anni, con una stagione di spettacoli in omaggio a W. Shakespeare.

Ma il 2 novembre il sipario si chiudeva, calava il silenzio, mentre l’Eterna mamma s’assopiva dolce sotto la coltre di foglie marce dei platani giganti, quel figlio je diceva sorridendo ciao ma! e se n’annava.

Roma tace, prefica senza stridor di pianti, un lungo applauso al feretro che lo vela, forse a senti’ quer sbattere de mani ha spalancato la bocca a un’ultima risata, standing ovation a un genio del teatro, epperò senza i palmi amici del suo popolo a sfiorarlo pe’ n’ultima carezza, eh sì l’avrebbero dovuto depone in una cassa bianca, perché Gigi era un  bambino.

Si n’è ito ner giorno de li morti, lo stesso in cui era nato ottanta primavere addietro. Giorno di crisantemi recisi, grasse corolle ben acconciate nei vasi rinfrescati sui sepolcri, silenzio a occhi chiusi, giorno foscoliano di corrispondenza d’amorosi sensi tra chi conosce la verità e chi l’aspetta, riabbracciando con l’anima ricordi riposti nel baule della mente.

Roma dorme, lassamola dormì è così bella, sogna serena il bacio d’un risveglio ma di principi azzurri, da  troppo tempo, non se vede ombra, eppure di figli grandi n’ ha partoriti tanti ma je so’ morti tutti, i suoi e gli adottati, e nun poi sape’ quanto se soffre quanno er core d’una madre vede la Parca tajà i fili ai figli.

Nun era romano de tre generazioni Gigi, il papà s’arrangiava a fa’ il portiere, dalla piccola perla d’Amelia, seguendo il Tevere era sbarcato a Roma, sposato a una sabina di Leonessa, gli era nato  sto’ fijo nella strada degli orafi romani, via S. Eligio, monca traversa di via Giulia quella disegnata da Bramante per Papa Giulio II a due passi dal Tevere, e quel pupetto lo chiamonno Luigi.

Gira che te rigira la famiglia Proietti trovò finalmente fissa dimora al Tufello, una borgata partorita a metà degli anni ‘30, e lì l’infanzia di Gigi succhiò la cultura popolare di periferia, il linguaggio breve romanesco, il disincanto, la battuta secca, quella bonomia surreale che d’ogni peso fa una leggerezza, filosofia solo romana del panta rhei senza prendere o prendersi troppo sul serio, chiudendo un dramma con una battuta, aprendo il cuore con una risata sapendo che ridere po’ esse una carezza o un cazzotto all’arroganza.

Liceo classico all’Augusto all’Appio-Tuscolano, Giurisprudenza alla Sapienza senza finilla, perché Gigi c’aveva artri progetti per la vita che la toga d’avvocato, cantava nei locali alla sera romanizzando gli chansonniers francesi (mitico il ne me quitte pas di J. Brel in nun me rompe er ca…), poi gradino dopo gradino ha salito la scala di Giacobbe del palcoscenico, teatro, cinema (un sassolino nella scarpa), varietà, televisione, scuola di recitazione con tanti figli d’arte cresciuti proprio bene e soprattutto tanto amore e tigna in tutto quello che progettava andando a dama (gli amici  l’avevano soprannominato Gigi Progetti), compreso quel tendere la mano sempre ha chi c’ha bisogno.

Crediamo che l’omaggio più vero sia in quel motivetto allegro che lui cantava nell’interpretazione di S. Filippo Neri: “ Paradiso, Paradiso, preferisco il Paradiso” perché, come ha detto nell’omelia don Insero nella chiesa degli Artisti: "Gigi ha già visto Dio. Ha saputo raccontare l’umanità che osservava con leggerezza e con profondo affetto.(...)  E’ stato un artista popolare. Amava il popolo e si sentiva parte del popolo. E' stato un antidivo e parlava spesso di religiosità, con grande rispetto. Era devoto di Padre Pio e so che aiutava molto i poveri. Ha passato anche alcuni Natale a Rebibbia, con Sagitta (sua moglie), per stare vicino ai carcerati”.

Visto l’attuale stato di coma artificiale in cui versa ora il nostro mondo dello spettacolo, ci sembra che Gigi se ne sia andato canticchiando la seconda strofa d’un ritornello:” Mi dispiace di morire ma son contento”, preferisco il Paradiso. Ciao Maestro.


0
0
0
s2smodern

Editoriale

 

Le riforme indispensabili

di Adriano Tilgher

L’Italia deve essere ricostruita dalle fondamenta, perché, ormai è una nazione che ha perso la sua ragion d’essere, soprattutto per aver smarrito il suo senso di appartenenza, la sua identità che nasce da una storia ed una cultura millenaria ed è cementata da una lingua fra le più ricche e le più studiate del mondo. Gli attacchi sistematici alle nostre istituzioni, come la scuola, la giustizia, la sanità… - un tempo punti fermi nei quali riconoscersi, copiate e imitate in tutto il mondo – le hanno ridotte a simulacro di sé stesse. Il tutto agevolato dall’insipienza e l’incapacità del ceto politico e della classe dirigente.

Leggi tutto...

La Spina nel Fianco

 

Il mal borghese

Prima Repubblica, prima che Mario Draghi, ed i suoi compagni di merende si facessero sicari dell'industria italiana, nell'immaginario collettivo, e nelle tv di stato, emergeva la figura del “self made man”, ci mostravano una borghesia, stereotipata, contrapposta ad una classe operaia ancora memore delle battaglie sindacali, degli scontri di piazza, piazza, che si legittimava con i festeggiamenti del primo maggio, che vedeva il metalmeccanico della Fiat, fieramente opposto al "Cummenda" della commedia all'italiana, fiero di indossare la "Tuta Blu" come giusta divisa da contrapporre allo stile borghese. Da sinistra il lavoratore rivendicava la lotta di classe, da destra, la socializzazione, il "ricco" anche quello che si era fatto da solo, veniva visto come diverso, e lungi dall'essere invidiato, veniva studiato per capirne e carpirne, le debolezze umane. Fra i mali criticati, l'ostentazione della ricchezza, la mancanza di empatia, la promiscuità sessuale, sino ad arrivare all'omosessualità, definita "Il Mal Borghese".

Leggi tutto...

Questo sito si serve di cookies tecnici e di terze parti per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'uso dei cookies.