La Scuola postmoderna

Tra i pedagogisti moderni non manca chi ritiene i videogiochi, le reti sociali e quant’altro si agita sul Web, la nuova frontiera della rivoluzione cognitiva. E indubbiamente un cambiamento forte le nuove comunicazioni digitali lo hanno prodotto, ma più che di rivoluzione bisognerebbe parlare di involuzione. Il linguaggio fatto di immagini e di suoni rutilanti è l’esatto opposto dello studio e dell’assimilazione della cultura, che richiedono ritmi lenti, pazienza, concentrazione e allenamento a sviluppare un’elaborazione concettuale. Una scuola postmoderna è piuttosto un non-luogo educativo, una superfluità che darebbe ragione a moderni descolarizzatori.

In un progetto che prevede un mondo superficiale, di assenza di analisi, di pura passività nella ricezione dei messaggi, la scuola, con il suo pretendere ancora di parlare di cultura, non solo è inutile, ma è dannosa e va rapidamente abolita. La scuola, infatti, per definizione è anti-sistema, perché, trasmettendo ancora la cultura, veicola, persino nolenti alcuni insegnanti, un modello di pensiero critico che si ribella a quello binario degli strumenti informatici. Il ricorso a quella che si chiama “didattica digitale integrata” serve in fondo ad abituare i discenti ad applicare movimenti di pensiero meccanici e intuitivi; un programma si può solo usare e non cambiare e lo si può usare solo nelle modalità previste: non è possibile uscire dallo schema predisposto. Automatismo e abitudine a seguire gli schemi: è quanto produrrà una scuola dove la didattica digitale avrà preso il sopravvento sulla lezione frontale in cui sola può esercitarsi l’antico strumento del dialogo, della riflessione e anche – perché no – della critica e della contestazione.

Ciò non significa una scuola come pura trasmissione-ricezione, una scuola che del resto non è mai esistita nemmeno nei collegi gesuitici del Cinquecento. Significa – e non è poco – proporre un mondo altro da quello del tutto e subito, del consumo beota, del primato della superficialità e della furbizia, del tutto è ammesso purché vada nella direzione del politicamente corretto: anche l’occupazione degli Istituti per le prime prove di sessualità adolescenziale o scioperi autorizzati dagli stessi ministri per il bene del clima, che, com’è noto, si giova grandemente di una mattinata al mese di assenza dalle lezioni.


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Editoriale

 

L'Italia e i diktat

di Adriano Tilgher

Sono oltre 70 anni che l’Italia subisce i diktat altrui senza reagire, ma neanche mediare. Da quando il 25 aprile 1945 il nostro territorio è stato completamente occupato dalle truppe anglo-americane e la resa senza condizioni firmata di nascosto il 3 settembre del 1943 e resa pubblica l’8 settembre successivo è diventata un diktat imperativo con il trattato di Parigi del 1947, l’Italia è diventata una nazione a sovranità limitata con 20.000 soldati americani - forniti di ordigni nucleari, missili e armi sofisticatissime, in basi autonome ed indipendenti da qualsiasi controllo anche giudiziario - che occupano il nostro territorio, ancora oggi.

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La Spina nel Fianco

 

Attacca, Boia!

1952, Pinuccia, Diana, Lisetta e Tonini (Antonietta), le sorelle Nava, Soubrettes, attrici e cantanti, portano in palcoscenico una satira bonaria del fascismo e del suo Duce con uno spettacolo che mutuava il titolo da un verso dell'opera lirica Tosca: Dinanzi a lui... Tre Nava tutta Roma. Le 4 sorelle figlie di Brugnoletto, (nome d'arte attribuito da Trilussa a Giuseppe Ciocca) e della circense Giorgina Nava, durante il Regime facevano parte della compagnia Teatrale di Nino Taranto Nel 1945 sono al fianco di Carlo Campanini e Alberto Rabagliati in Pirulì Pirulì, spettacolo firmato dal duo Garinei e Giovannini. Sino agli anni 70 le sorelle Nava saranno impegnate oltre che sui palcoscenici di tutta Europa anche in radio, cinema e tv calcando il palcoscenico al fianco di artisti come Totò, Macario, Carlo Dapporto e Nino Manfredi. Pinuccia leader del gruppo e capocomico, iniziava ogni spettacolo dando il via all'orchestra al grido di Attacca, Boia!

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