La Scuola postmoderna

Tra i pedagogisti moderni non manca chi ritiene i videogiochi, le reti sociali e quant’altro si agita sul Web, la nuova frontiera della rivoluzione cognitiva. E indubbiamente un cambiamento forte le nuove comunicazioni digitali lo hanno prodotto, ma più che di rivoluzione bisognerebbe parlare di involuzione. Il linguaggio fatto di immagini e di suoni rutilanti è l’esatto opposto dello studio e dell’assimilazione della cultura, che richiedono ritmi lenti, pazienza, concentrazione e allenamento a sviluppare un’elaborazione concettuale. Una scuola postmoderna è piuttosto un non-luogo educativo, una superfluità che darebbe ragione a moderni descolarizzatori.

In un progetto che prevede un mondo superficiale, di assenza di analisi, di pura passività nella ricezione dei messaggi, la scuola, con il suo pretendere ancora di parlare di cultura, non solo è inutile, ma è dannosa e va rapidamente abolita. La scuola, infatti, per definizione è anti-sistema, perché, trasmettendo ancora la cultura, veicola, persino nolenti alcuni insegnanti, un modello di pensiero critico che si ribella a quello binario degli strumenti informatici. Il ricorso a quella che si chiama “didattica digitale integrata” serve in fondo ad abituare i discenti ad applicare movimenti di pensiero meccanici e intuitivi; un programma si può solo usare e non cambiare e lo si può usare solo nelle modalità previste: non è possibile uscire dallo schema predisposto. Automatismo e abitudine a seguire gli schemi: è quanto produrrà una scuola dove la didattica digitale avrà preso il sopravvento sulla lezione frontale in cui sola può esercitarsi l’antico strumento del dialogo, della riflessione e anche – perché no – della critica e della contestazione.

Ciò non significa una scuola come pura trasmissione-ricezione, una scuola che del resto non è mai esistita nemmeno nei collegi gesuitici del Cinquecento. Significa – e non è poco – proporre un mondo altro da quello del tutto e subito, del consumo beota, del primato della superficialità e della furbizia, del tutto è ammesso purché vada nella direzione del politicamente corretto: anche l’occupazione degli Istituti per le prime prove di sessualità adolescenziale o scioperi autorizzati dagli stessi ministri per il bene del clima, che, com’è noto, si giova grandemente di una mattinata al mese di assenza dalle lezioni.


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Editoriale

 

La giornata contro la violenza sulle donne

di Andrea Brizzi

Il 25 novembre di ogni anno ricorre la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, tema scottante quello della violenza di genere, che ogni anno non manca di suscitare polemiche e barricate dall’una o dall’altra parte. Già il parlare di una parte piuttosto che di un’altra, identifica un problema di natura culturale, di fronte al quale ogni evento, manifestazione e quant’altro risulta inutile, se non dannoso, di fronte alla natura stessa della situazione.

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La Spina nel Fianco

 

Planando sopra boschi di braccia tese

È il 24 novembre 2020: puntuale come le zanzare o l'ennesima ondata covid si torna a parlare di Lucio Battisti come "Pericoloso Fascista", a rimestare il calderone questa volta è Aldo Giannulli, ex collaboratore di Avanguardia operaia, il manifesto, Liberazione, l'Unità e attualmente editorialista della rivista di geopolitica Limes. Giannulli rilascia una intervista al sito “Rockol.it” dove dichiara: "Nel corso di un’indagine della Procura della Repubblica di Milano sulle stragi degli anni Settanta mi sono imbattuto in una serie di documenti dell’Ufficio Affari Riservati, il servizio segreto del ministero dell’Interno. Tra quei fogli vi era un’informativa che indicava Lucio Battisti come sovvenzionatore del Comitato Tricolore, organizzazione fondata da Mario Tedeschi, senatore del Movimento Sociale Italiano e direttore del settimanale Il Borghese, per aiutare gli attivisti di estrema destra che avevano guai con la giustizia. Il Comitato Tricolore svolgeva in sostanza a destra le funzioni che a sinistra erano prerogativa del Soccorso Rosso".

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