La Scuola postmoderna

Tra i pedagogisti moderni non manca chi ritiene i videogiochi, le reti sociali e quant’altro si agita sul Web, la nuova frontiera della rivoluzione cognitiva. E indubbiamente un cambiamento forte le nuove comunicazioni digitali lo hanno prodotto, ma più che di rivoluzione bisognerebbe parlare di involuzione. Il linguaggio fatto di immagini e di suoni rutilanti è l’esatto opposto dello studio e dell’assimilazione della cultura, che richiedono ritmi lenti, pazienza, concentrazione e allenamento a sviluppare un’elaborazione concettuale. Una scuola postmoderna è piuttosto un non-luogo educativo, una superfluità che darebbe ragione a moderni descolarizzatori.

In un progetto che prevede un mondo superficiale, di assenza di analisi, di pura passività nella ricezione dei messaggi, la scuola, con il suo pretendere ancora di parlare di cultura, non solo è inutile, ma è dannosa e va rapidamente abolita. La scuola, infatti, per definizione è anti-sistema, perché, trasmettendo ancora la cultura, veicola, persino nolenti alcuni insegnanti, un modello di pensiero critico che si ribella a quello binario degli strumenti informatici. Il ricorso a quella che si chiama “didattica digitale integrata” serve in fondo ad abituare i discenti ad applicare movimenti di pensiero meccanici e intuitivi; un programma si può solo usare e non cambiare e lo si può usare solo nelle modalità previste: non è possibile uscire dallo schema predisposto. Automatismo e abitudine a seguire gli schemi: è quanto produrrà una scuola dove la didattica digitale avrà preso il sopravvento sulla lezione frontale in cui sola può esercitarsi l’antico strumento del dialogo, della riflessione e anche – perché no – della critica e della contestazione.

Ciò non significa una scuola come pura trasmissione-ricezione, una scuola che del resto non è mai esistita nemmeno nei collegi gesuitici del Cinquecento. Significa – e non è poco – proporre un mondo altro da quello del tutto e subito, del consumo beota, del primato della superficialità e della furbizia, del tutto è ammesso purché vada nella direzione del politicamente corretto: anche l’occupazione degli Istituti per le prime prove di sessualità adolescenziale o scioperi autorizzati dagli stessi ministri per il bene del clima, che, com’è noto, si giova grandemente di una mattinata al mese di assenza dalle lezioni.


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Editoriale

 

Cretini? Forse. Traditori? Possibile

di Adriano Tilgher

La nostra Italia vive un momento difficile, molto difficile. Ma le cause non sono solo la pandemia e la crisi economica che ne consegue è, anche e soprattutto, il modo di agire della nostra classe dirigente, sia politica che amministrativa che tecnica. Ancora non si è capito o si finge di non capire che il Covid e le sue varianti sono qualcosa con cui si deve convivere finché non si troveranno delle cure appropriate, che, a mio avviso, si sarebbero già trovate se si fosse dato seguito alle indicazioni dei tanti coraggiosi medici che sul campo hanno, in numerosi casi, sconfitto la malattia. Invece si è preferito dare seguito al leggendario “vaccino” che non solo ci è costato tanto, ma non risolve il problema, perché da sempre scarsamente efficace e soprattutto i suoi effetti, per il momento solamente lenitivi, decadono in tempi molto brevi.

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La Spina nel Fianco

 

I biscotti di Korzybski

Primo dopoguerra, durante una lezione, all' "l'Institute of General Semantics," il suo fondatore il, filosofo e matematico polacco Alfred Korzybski si interruppe prese dalla sua borsa un pacchetto di biscotti avvolto in un foglio bianco e ne offrì agli studenti, dopo che molti avevano mangiato e gradito, Korzybski tolse il foglio bianco mostrando l'etichetta, sulla quale c'era scritto “biscotti per cani”. Gli studenti vedendo il pacchetto rimasero scioccati, alcuni si precipitarono verso i bagni tenendo le mani davanti alle bocca. L’inventore della “Semantica Generale” (GS) voleva dare dimostrazione pratica del fatto che gli esseri umani non si nutrono solo di cibo, ma anche di parole, in pratica è la lingua che determina la nostra visione del mondo. Ciò va a vantaggio di chi voglia operare una ridefinizione del mondo percepito tramite il linguaggio, come superbamente descritto da Orwell nel suo “1984”:

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