Il debito della memoria

Ho scritto, ormai quindici anni fa, un breve ricordo di Domenico (Mimmo) Pilolli, che di mattina di un giorno qualunque, illuso di superare il principio di gravità, quel peso che pesa e tende verso il basso, spiccò il volo oltre il davanzale della finestra, sesto o settimo piano di un palazzone del quartiere africano, là dove scorre l’Aniene. Forse – e io ne sono convinto – anch’egli credeva essere le nostre scapole ali rattrappite chè tali divennero quando fummo dimentichi di essere eredi e d’aquile e falchi oppure di semplici pettirossi o solitari passeri, di cui poetò il gobbo di Recanati. E mi è tornato a mente in questa sera, umida di pioggia, al ritorno dal concerto in memoria di Pia e dei due anni che se n’è andata a causa di quei mali infami che non perdonano (nello stesso periodo e distanza di medesimo tempo di Mirella). Lasciando Roberto solo e prosciugato. Anche qui la forza di gravità misura il suo essere macigno… Così Mimmo se n’è andato come poca cosa, con disgusto e raccapriccio sull’asfalto, presto sottratta alla vista ed al ricordo perché oggi la morte – tornata ad essere una ‘lagna’ dopo che fu, nel tempo eroico, simile a ‘schianto’, come la descrisse Pound – deve essere esorcizzata tra mille luminarie e variegati caleidoscopi. Così Mimmo se n’è andato poca cosa, con fastidio e insofferenza, presto gettata in qualche autoam-bulanza con la sirena innestata, solitaria e sconfitta protesta di contro un mondo di canzonette a tutto volume. Così Mimmo se n’è andato, forse anzitempo – chissà? E Socrate, congedandosi dai suoi giudici ‘… è giunta, ormai, l’ora di andare, io a morire voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne il dio’. Mimmo ed io fummo amici e camerati. Di lui mi rimane copia di Giles, il romanzo di Drieu la Rochelle, anch’egli tentato dalla visione della morte e realizzata, infine, il 16 marzo del 1945 con il gas e un tubetto di Gardenal, lasciando aperto sullo scrittoio il testo induista delle Upanishad. ‘Diventare sempre più mistico…’. Nella s-mania di ac-cedere alle supreme ed estreme cose, le uniche che contano e che finirono per esse-re essenziali e contare per entrambi. Con il trascorrere degli anni, fattisi i capelli e la barba bianchi, stanco il passo e l’occhio spento, mi chiedo se Mimmo è precipitato al suolo non in quanto corpo, che la terra richiama pretende, ma perché ha compreso – e indicibili lo stupore ed il tremore – che il cielo è vuoto. Gli dei si sono sottratti nel folto dei boschi e dio, come ammoniva Nietzsche, è morto. Come i Titani che, illusi di scalare l’Olimpo, vennero scaraventati a valle non tanto da dei e irosi e gelosi ma dal senso di vacuità e di gelo a contemplare le stelle. Mimmo ed io fummo amici e camerati. Egli fu un passo avanti, in idee e in ardire. E d’indole insofferente, nichilista nel profondo dell’animo. Sempre. Cominciammo a frequentarci al tempo della Giovane Italia, inizio anni ’60. Quando, al liceo, veniva in automobile con autista ed abitava in una villetta di piazza Pitagora, ai Parioli. Poi una mattina, sul giornale, scoprimmo che il padre, noto avvocato, s’era buttato sotto un treno, nei pressi di Montecarlo, dopo aver dilapidato ogni avere al Casinò. Si ritrovò, madre e sorella, in un modesto appartamentino appunto a ridosso dell’Aniene. Non ne facemmo parola; non s’aprì mai con alcuno. Quanto gli fu ferita interiore quanto incise rimane mistero insondabile perché i confini dell’anima non consentono pene-trare nei suoi meandri disvelarne la profondità…  E’ il momento delle immagini – le serate trascorse al Piper Club, aperto da poco, e in cui conoscemmo quella ragazzina di Venezia, che ci raccontava delle visite al poeta Ezra Pound, amico della nonna, e che sarebbe divenuta famosa come Patty Pravo -; -di un pomeriggio a Villa Borghese quando, scontrandoci con dei ‘capelloni’ (parados-sale, per quanto mi riguardava!), Mimmo azzannò la guancia ad uno di costoro che, grande e grosso, lui minuto, lo stava sopraffacendo -; - le scalinate di Lettere alla Sa- pienza nel giorno in cui Paolo Rossi venne giù come un sasso e ci urlarono contro, in giorni concitati e in notti d’agguati, ‘Assassini! Assassini!’ -. Ritrovo, in uno sdrucito quadernetto, una citazione tratta da Otto Weininger: ‘Il sui-cidio non è segno di coraggio, ma di viltà, sebbene esso sia di tutte le viltà la più pic-cola’ (a soli 23 anni, nella notte tra il 3 e 4 ottobre del 1903, nella medesima casa, a Vienna, dove era morto Beethoven, si era sparato al cuore). Coraggio libertà viltà od altro ancora… cosa conta quando il compito è pagare con la memoria il debito al ca-meratismo all’amicizia. Ciao, Mimmo. La mente ed il cuore ti accolgono integro.

                                                                                                                


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