L'inizio della fine: il Donmilanismo

Generalmente si pensa che ciò che nasce dal desiderio di vendetta non possa mai tornare a vantaggio di alcuno. Bisogna proprio riconoscere la validità di quest’assunto: Lettera a una professoressa nasce dal rancore e dal desiderio di vendetta di due studenti preparatisi alla scuola di Barbiana di don Milani per sostenere da privatisti l’esame di prima magistrale e che vennero bocciati per due anni consecutivi. Milani scriveva al preside di un Istituto magistrale piemontese che gli aveva espresso solidarietà per il noto processo sull’obiezione di coscienza dei cappellani militari: “Io vorrei che [i due ragazzi] fossero interrogati da professori capaci di mettere in luce i loro valori e chiudere due occhi sulle anticaglie che ignorano. Poi vorrei che fossero interrogati da professori che onorano la maturità, la vocazione all’insegnamento, l’austerità di vita, l’analfabetismo dei genitori, la montagna coi suoi secoli di oppressione e sofferenza…la preparazione sindacale e politica”.

Poveri professori dell’Istituto magistrale! Credevano umilmente di dover esaminare la preparazione di due ragazzi e ignoravano che dovevano chiudere tutti e due gli occhi – e presumibilmente le orecchie – sulle “anticaglie”, così giudicate senza appello da un certo don Milani, per poi, infine, dedicarsi a una tanto vasta quanto complessa opera di valutazione della preparazione sindacale e politica, delle condizioni socio-economiche della montagna, dell’austerità di vita – come se si trattasse di prendere i voti! – di un’astratta e moralistica vocazione pedagogica e, non ultimo, informarsi sullo stato di famiglia, nella considerazione, evidentemente, che i difetti dei padri assolvano i figli. Basterebbe questa sorta di introduzione al celebre opuscolo donmilaniano del 7 dicembre 1965 a dimostrare quanto l’azione che il culturalmente, e pedagogicamente, corretto non cessa di considerare assolutamente attuale, sia in realtà un residuo archeologico, un documento certo importante per lo storico della pedagogia, ma che sente drammaticamente tutto il peso dei suoi 55 anni. Analfabetismo dei genitori, povertà endemica, stile di vita anticonsumistico, centralità dell’ “autocoscienza” politica e sindacale, sono espressioni di una società italiana che non esiste più, che magari è diventata persino peggiore, ma che è irriducibilmente diversa da quella che generava la stesura della Lettera. Persino realtà socio-economiche degradate di oggi, quali lo Zen di Palermo o i Bassi napoletani, sono molto diverse dalla montagna toscana degli anni Sessanta.

Qui, oggi, c’è da combattere una sottocultura che ha interamente impregnato chi la vive e costituita comunque dalla piena accettazione del modello consumistico ed edonistico del resto della società, dove preparazione politica e sindacale, vocazione all’insegnamento non si sa nemmeno dove siano di casa.


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Editoriale

 

Le verità di comodo

di Adriano Tilgher

Mai come in questi giorni si è capito quanta falsità, quanta ipocrisia, quante menzogne si annidano nelle parole degli esponenti del governo italiano.

Abbiamo persone che sguazzano nel terrore che instillano negli altri, senza motivo, senza ragioni profonde ma rispondendo ad una regia planetaria di cui anche loro saranno vittime. Ma a loro questo non importa, sono già venduti e quindi schiavi e da chi si rende schiavo per denaro o per una parvenza di potere cosa ci possiamo aspettare?

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La Spina nel Fianco

 

Socializzazione

Con il decreto legge n. 375 del 12 febbraio 1944 la Repubblica Sociale Italiana istituiva la socializzazione delle imprese, premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell'economia italiana. Il termine venne coniato nel 1943 per indicare una dottrina economica concepita all'interno del sistema economico corporativista della Repubblica Sociale, ma i prodromi vanno individuati nella Carta del Carnaro promulgata a Fiume nel 1920 e nella Carta del Lavoro del 1927.

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