La vita mi ha dato tanto Amore

‘La vita mi ha dato tanto Amore’, dice con voce quieta e serena. Così Giovanna alle mie alunne, nel suo appartamento nei pressi di Piazza dei Navigatori. Con i grandi occhiali neri a nascondere le orbite vuote e ricucite dopo uno dei bombardamenti, forse il primo, degli inglesi su Verona, anno 1940. A coprire con il suo corpo il fratellino Aldo e la sorella dal crollo del soffitto e donando loro la propria vista. Con voce quieta e serena, senza sfida o rancore, quasi un sussurro, soffio vitale dello Spirito che l’anima e che intende offrire alle giovani ospiti, curiose e impressionate dalla sua storia, dalla sua persona così ferocemente offesa. (Di Giovanna ho scritto più volte – ad esempio, in Ritratti in piedi – e credo anche qui. Ulderico Munzi la descrive in Donne di Salò nel capitolo Le mani del Duce ed io l’invitai a venire a scuola, quale testimone, alla presentazione del libro. Garbata e ferma, ricusò e mi spiegò che quel titolo non l’era piaciuto e neppure troppo l’autore. Nella profondità di un mondo ove regnava l’armonia interiore o le sue dissonanze).

Ho ricordato la frase pronunciata in un lontano pomeriggio perché, inchiodato ad un patibolo d’ombre o quasi – pandemia vera o fasulla e un insieme di difficoltà con la salute (‘uno schianto, non una lagna’, vale sempre il verso di Pound) hanno ridotto la mia vita ‘sociale’ a ben poca cosa, mentre la mente e il cuore riempiono il tempo con la misura di quanto ho vissuto. E il cuore e la mente, senza metafore e metanoie, si impadroniscono delle parole di Giovanna e le fanno proprie. Perché, rifiutando ogni forma di rancore di rimpianto e di possibili rimorsi, mi rimane il senso di un Amore – e per dirla con D’Annunzio – d’aver ricevuto tanto e tanto donato. (Cercherò di non tediarvi con eccesso di personale e della vanità la virtù).  

Uno Stile ribelle – lo scrittore G. Arpino scrisse, credo, inizio anni ’70, un libro dal titolo Randagio è l’eroe (forse solo questo valeva a me lettore dietro le sbarre) – che è cifra non di esistenza in sé nella sua individualità ma esperienza comunitaria, una scelta di vita per coloro che sono contro (in nero). E’ quell’estetica di cui fa parte, ad esempio, il ‘franco tiratore’ di Torino che si ravvia i capelli e s’aggiusta la giacca per affrontare il plotone d’esecuzione, simile a ragazzi di Santa Maria Novella raccontati da Curzio Malaparte ne La pelle. E, se la bellezza non ci salverà come si esprimeva il principe Miskin, può renderci altri e forse più alti. ‘Je ne regrette rien’, cantavano a sfida i paracadutisti costretti a sfilare oltre la caserma dovendo abbandonare la terra di Algeria, non per la forza delle armi ma per l’ignavia della politica. In fondo era un gesto d’Amore.


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Editoriale

 

Cosa succede?

di Adriano Tilgher

Sono preoccupato, molto preoccupato. Quello che ci potrebbe capitare è veramente incredibile.

Ma non è un virus ormai sotto controllo e sicuramente poco letale a preoccuparmi, sono gli eventi che accadono quotidianamente senza spiegazioni plausibili.

Questa volontà criminale di terrorizzare la gente, questa pervicace insistenza di dare notizie approssimative ed in modo capzioso, questa volontà perniciosa di creare ansia e quindi soggezione mi convincono che ci sia qualcosa di distorto.

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La Spina nel Fianco

 

Gli alarbi di Masaniello

Napoli 7 luglio 1647. Il pescatore Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, al grido di "mora 'o malgoverno" da il via alla rivolta contro il Viecerè di Spagna Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos colpevole di un' onerosa pressione fiscale, e di aver introdotto una gravosa gabella sulla frutta, all'epoca  alimento più consumato dai ceti umili. Masaniello ed i suoi alarbi  (lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance), sollevarono la popolazione, e la guidarono fino alla reggia dove, sbaragliati i soldati spagnoli ed i lanzichenecchi di guardia, giunsero fino alle stanze della Regina. Il duca d'Arcos, riuscito miracolosamente a salvarsi si rifugiò nel Convento di San Luigi e da qui fece recapitare all'arcivescovo di Napoli, il cardinale Ascanio Filomarino, un messaggio in cui prometteva l'abolizione di tutte le imposte. Dopo dieci giorni di rivolta che avevano costretto gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, Masaniello fu accusato di "Pazzia" (probabilmente causata dalla reserpina, un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia), e ucciso con una serie di archibugiate. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al Viceré come prova della sua morte. Chiaramente le "gabelle” tornarono.

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