Au revoir Philippe

Philippe Daverio (Mulhouse 1949-Milano 2020)

Una goccia cade, sboccia un fiore, oppure evapora al tepore salendosene in cielo. L'arte fa questo, genera e solleva, “nessuno ha mai visto Dio” scriveva da anziano S. Giovanni ma gli artisti sì perché sono apprendisti alla sua bottega, ne condividono i processi della creazione. La scienza indaga il déjà vu , l'arte  produce in infinite forme il mai visto, parlando il dialetto stretto dello spirito, difficile da capire,tradurre o imprigionare   in taccuini di espressioni riassunte in formulette.

L'arte è mistero avulso dal filosofare della ragione, la Critica del Giudizio si arresta davanti al muro del giudizio estetico, forse solo Nietzsche e Van Gogh si sono dati la mano.

Come spiegare l'ineffabile piacere tra soggetto-oggetto e, per assurdo, il viceversa, Adamo e il Padre si guardano, i loro indici s' accostano, l'energia vitale scocca, entrambi si compiacciono perché a Dio piacque l'argilla con cui plasmò l'uomo prendendo Sé a modello.

Orbene quel linguaggio muto tra l'opera d'arte e il suo fruitore abbisogna, soprattutto nel caos contemporaneo, di medium, sartori capaci di ricucire lo strappo tra fenomeno percepito dai sensi e sua significazione, è l'ermeneutica dei critici d'arte, non di rado più oscura e vuota di una buia grotta.

Il 2 settembre si stacca dal loro albero la prima foglia ingiallita, la goccia di Philippe Daverio evapora nell'aria, lasciandoci farfalle colorate, occhialini rotondi alla Benso di Cavour, la Légion d'honneur della Repubblica francese e quel sorrisone ironico autentico logo della sua faccia.

Un uomo li-be-ro,europeista per radici, poliglotta, nato in Alsazia come quel Alfred Wilhelm Strohl gran mecenate in Roma degli artisti. Un papà italiano e la mére francese di confine con l'Allemagne, sessantottino impertinente col libretto esaurito di esami ma senza tesi (Economia e Commercio),gallerista a ventisei anni in via Montenapoleone a Milano, da lì il tuffo nella vasca dell'arte, nuotando a bracciate leggere accompagnate da quell' arguto sorriso, ci ha condotti all'altra sponda, perché un fuoriclasse rende magicamente facile il difficile.

Così quel muro che alambicca da secoli filosofi, scienziati, intellettuali, ce lo presenta diafano, una lastra d'alabastro  che da corpo  alla luce del fenomeno, calore all'intelletto, corrispondenza del piacere tra soggetto e oggetto, il linguaggio si scioglie aprendo le ante della comprensione, il fine dell'arte è raggiunto.

Daverio, facendo leva d'Archimede la curiosità, ci ha spiegato gli ingredienti dell'opera, i segreti gelosi di artisti e committenti, spiluccando tra innumerevoli aneddoti biografici, chicche pepate,ragioni e sentimenti, il tutto impastato ben bene nella  massa densa d'intrighi della Storia.

La sua prosa al pari del discorrere stralunato procedevano per interrogativi e risposte, erano il passepartout donato al lettore-ascoltatore per aprire le porte della bellezza, gustarne il sapore speziato, sorseggiandone il mistero, perché ciascuno se ne inebri a piccoli passi conoscendo la filiera dell'opera altrimenti muta.

Se l'arte è morta, nobile feretro compianto da élites, si deve all'ignoranza diffusa tal che se tutto è arte perciò stesso nulla è più arte e non occorre conoscere, studiare, fin dai monobanchi di scuola dove la Storia dell'Arte veste gli abiti di Cenerentola, chiusa nella casa di testi scopiazzati e tediosi, al suo cospetto persino in Italia (sic!),le superbe sorellastre della Riforma vestono abiti da principesse.

Allora grazie giacobino Philippe per aver reso appetitoso un pasto che in tanti hanno fatto indigesto, lo spessore di uno storico dell'arte è lì rendere consapevole un popolo dei tesori che possiede, nascosti in mille anfratti,testimoni attendibili della nostra storia  d'Europa, però non solo mirandoli da selfie turisti ma partecipando da infermieri al parto.

La sua sponda politica? Sur la rive gauche ma chi se ne frega, certo stride quel + Europa sulla scheda aprendone il profilo.

Au revoir Philippe che la pietas romana, poi cattolica (da te citata al premier Bo-Jo) t' accompagni nell'Art'è del cielo.

 


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Editoriale

 

Elezioni: il giorno dopo

di Adriano Tilgher

Diventa difficile comprendere, dopo questa ultima tornata elettorale, quali siano le posizioni in campo e soprattutto quali siano le differenze tra i vari partiti. Ancora una volta centro destra e centrosinistra hanno dimostrato di essere identici e di non voler in alcun modo differenziarsi. Anche i cosiddetti sovranisti, o populisti che dir si voglia, hanno dimostrato chiaramente quello che andiamo dicendo da tempo: non sanno cosa voglia dire essere dalla parte del popolo o propendere per il ritorno della sovranità al popolo.

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La Spina nel Fianco

 

Rien ne va plus

1986: Enrico Ruggieri partecipa al festival di San Remo con il brano "rien ne va plus" che otterrà il premio della critica, ne seguirà l'album "Difesa Francese" titolo mutuato dal gioco degli scacchi, (la difesa francese è una delle possibili sequenze di mosse iniziali). L'espressione rien ne va plus è costituita dalla parte finale della formula usata dai croupier per regolare i tempi delle puntate nel gioco della roulette (Faites vos jeux. Les jeux sont faits. Rien ne va plus «Fate i vostri giochi. I giochi sono fatti. Niente va più». Nella lingua italiana viene utilizzata in senso figurato per significare che quel che è stato è stato, che i giochi ormai sono fatti.

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