Il brutto anatroccolo

Concludendo il ciclo di incontri audio sul sito di Kulturaeuropa, avendo a tema quelle ‘Strade d’Europa’ che fu libro scritto con l’amico Rodolfo ed edito, anno 2006, da Il Settimo Sigillo, ricordavo lo scrittore norvegese Knut Hamsun. Già Premio Nobel con I frutti della terra (1920) e divenuto famoso con Fame. Durante il secondo conflitto mondiale, occupata la Norvegia dai tedeschi, fu favorevole al ‘collaborazionista’ (che non vuol dire nulla se non gli avessero fatto carico – i vincitori – di tono dispregiativo e luciferino) Quisling e un suo figlio s’era arruolato nelle Waffen SS. (Anche questa scelta è stata passata al vaglio malevolo della critica, tirando in ballo la psicanalisi e il complesso edipico di conflitto con l’autorità del padre). Alla morte di Hitler, mentre i vinti venivano coinvolti in una collettiva liberatoria orrida macelleria messicana, non si sottrasse a stampare un necrologio alquanto favorevole al Fuehrer, a cui aveva fatto visita. Una Norvegia in un contesto europeo, Blut und Boden. Novantenne (era nato nel 1859) subì un umiliante processo e un ancor più umiliante percorso di analisi psichiatrica (come Pound, del resto), vivendo gli ultimi anni (muore nel 1957) in solitudine e ostracismo.

In questi suoi ultimi anni scrive “Per i sentieri ove cresce l’erba”, edito con il suo titolo originario soltanto nel 1995 in Italia. In effetti, nel 1962, le edizioni del Borghese ne aveva stampato copia con un titolo, “Io traditore”, inesatto e accattivante (per giovani ignari e facili alla ‘retorica’ – alta e nobile - d’essere dalla parte dei vinti, quali io ero fra loro e tale sono in fondo – e me ne vanto – rimasto). E fu quella copia, anche se allora deluse le mie aspettative di trovare bandiere al vento squilli di tromba rullo di tamburo e sciabole sguainate, che mi portò nel tempo a leggere diversi suoi romanzi – come Fame e Misteri o Vagabondi ed altri. E forse fu suo tramite che, zaino e sacco a pelo, presi il cammino verso il Nord. Memore della Terra di Thule, Iperborea, di cui discettavano i Greci e da cui era giunta fino a loro una delle divinità più intriganti, il dio Apollo su un carro trainato da un cigno. Allora la favola de Il brutto anatroccolo si rivelò metafora di un viaggio iniziatico verso quell’interiore bellezza che si cela in ognuno di noi e che solo alcuni riescono a portarla alla luce. Infatti, se la meta m’ero prefissato essere Capo Nord e l’aurora boreale, m’arresi in un villaggio di pescatori e in un capanno ove trascorsi la notte, fiordo sconosciuto, per riprendere a ritroso il cammino… e rimanere un anatroccolo reso rugoso e bianco dal tempo. Eppure i libri di Hamsun rimangono a lezione della lontananza del bosco dei sentieri e  del rigetto del conformismo borghese dell’asfalto grigio e sporco dell’americanismo e, in fondo, della omologazione che rimane cifra ed esito della democrazia.


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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