Il presente in cui agire

Uno dei grandi difetti acquisiti nella post-modernità è la comodità di rimandare sempre a domani quello che, invece, sarebbe importante fare oggi; se poi a ciò aggiungiamo anche la tendenza a vivere nel passato, ecco che la vittima sacrificale si identifica chiaramente con il presente.

È pieno di persone, specie fra i più giovani che sono cresciuti in un clima di perpetua tensione, fra continue crisi economiche e sociali, che tendono a non assumersi la propria responsabilità nel presente, volendo invece posticipare costantemente ad un domani non ben collocabile sulla linea immaginaria del tempo. Succede così che la parte di quelle persone viene addossata, esplicitamente o implicitamente, a qualcun altro; c’è sempre qualcuno che deve fare al posto loro, qualcuno a cui lasciar le redini, mentre essi preferiscono starsene comodi a guardare, magari addirittura pronti a mettersi in giuria davanti ad eventuali incidenti di percorso o fallimenti altrui. Se però gli viene chiesto di scomodarsi e rimboccarsi le maniche, il più delle volte accampano scuse e non concludono mai niente, proprio perché della propria vita hanno fatto ben poco fino a quel momento.

Similmente avviene per quelli che vivono perennemente gettati nel passato, dipendenti da periodo o eventi storici, ancorati ad idee e personaggi in maniera ossessiva, e mentre si crogiolano nella propria nostalgia vivono fuori dal presente, quasi come se ci fossero per errore, anch’essi perennemente incapaci di fissare i piedi nella realtà attuale delle cose, nell’oggi concreto. Il nostalgismo è tanto che la responsabilità personale pare quasi una mistificazione erroneamente inserita nel corso della Storia, e mai e poi mai saranno loro ad esplorarne i meandri.

Succede così che nel presente non ci vive praticamente nessuno, se non che qualche indeciso rimasto fuori dalle due categorie precedenti, e coloro che, invece, hanno compreso il valore del vivere nel qui ed ora. È infatti il presente, l’adesso, quello in cui siamo realmente vivi, in cui siamo chiamati ad agire, a vivere ed operare quel cambiamento di cui noi stessi e il mondo intero abbiamo tanto bisogno. Il guaio è che il presente ci appare troppo spesso come tenebroso, incerto, pieno di insidie, perché ci è stato costantemente presentato così e veniamo bombardati da mattino a sera su tutti i mezzi di comunicazione con informazioni negative, che plasmano il nostro modo di pensare e di cogliere l’esistenza, fino a portarci alla disperazione e alla necessità di una fuga nel passato o nel futuro. Ma se non ci decidiamo, con coraggio, a calarci nella realtà dell’adesso, non riusciremo mai realmente a prendere in mano la nostra vita, delegando la felicità ad altri o a sovrastrutture che ci siamo costruiti nella mente, con il triste esito di una auto-colpevolizzazione senza termine per la mai raggiunta felicità. È un cane che si morde la coda, una trappola interiore che determina il nostro modo di vivere esteriore.

Tutta la società, tutto il “sistema” si muove nella direzione del mantenimento di questo stato di sonno perpetuo, sfornando non persone libere e coscienti ma assopiti dinamici, come li chiama la filosofa Giulia Bovassi. Una massa di persone incapaci di comprendere se stesse significa una massa di persone incapaci di comprendere come funziona il mondo e, dunque, facilmente governabili a proprio piacimento. Fateci caso: il potere detesta la libertà, a partire da quella personale. L’enorme marchingegno dei mass media trasmette delle idee ben precise, propaganda un preciso modo di concepire il mondo e censura con violenza qualsiasi espressione che sia fuori dalle righe, perché potrebbe portare a pensare liberamente, a porsi dei dubbi sul sistema e sul proprio modo di vivere e pensare.

Sopra a tutto, la società odierna non parla mai del presente. ogni cosa viene inserita in una cornice di rievocazione del passato, con i dovuti accorgimenti ideologici, o lanciata in un futuro ipotetico, ma mai si occupa dell’adesso, del qui ed ora. Eppure, l’adesso non è un nemico da tenere lontano, né tantomeno un elemento estraneo da noi; tutt’altro, perché si tratta del tempo unico nel quale noi siamo, l’attimo presente, costante, in quanto ciò che è passato è, appunto, già passato e il futuro ancora deve venire. Noi siamo adesso, ora. Prendere consapevolezza di questo dato ci richiama ad una osservazione di noi stessi. Chi sono? Cosa sto vivendo? Dove mi trovo? Che sto facendo della mia vita? Da questo punto di partenza, possiamo cominciare ad osservarci, dall’interno di noi stessi. Siamo così abituati ad osservare tutto ciò che è intorno a noi, sovrastimolati come siamo da impulsi e informazioni, che guardando dentro, o meglio dal di dentro, ci appare come una cosa impossibile. Guardandoci da dentro, possiamo svelare i meccanismi della mente, uscendo da quegli schemi che ci sono stati addossati e che ci tengono intrappolati, limitando la nostra libertà e il nostro potere di cambiare le cose. Questo primo assaggio di libertà, in cui ci rendiamo conto che siamo qui e adesso, che siamo, ci fa riappacificare con il presente, che diventa così alleato, non più nemico.

Lavorare sulla libertà interiore, sul prendere coscienza di noi stessi diventando presenti nel presente, è ciò di cui abbiamo bisogno per poter cambiare il mondo. Abbiamo una responsabilità che è personale, solo per noi e per nessun altro. La nostra parte spetta soltanto a noi, nessuno può sostituirci. E la bellezza è proprio qui: il nostro essere unici ed irripetibili, la dignità sconfinata della nostra persona, è quel valore fondamentale che cambia le cose, e che deve cambiare anzitutto noi stessi. Nessun sistema di potere vive se non è alimentato. Decidiamo oggi, adesso, di smettere di nutrire con la nostra schiavitù il potere che ci opprime e riappropriamoci della nostra libertà nel presente. il presente in cui agire.


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Editoriale

 

Cosa succede?

di Adriano Tilgher

Sono preoccupato, molto preoccupato. Quello che ci potrebbe capitare è veramente incredibile.

Ma non è un virus ormai sotto controllo e sicuramente poco letale a preoccuparmi, sono gli eventi che accadono quotidianamente senza spiegazioni plausibili.

Questa volontà criminale di terrorizzare la gente, questa pervicace insistenza di dare notizie approssimative ed in modo capzioso, questa volontà perniciosa di creare ansia e quindi soggezione mi convincono che ci sia qualcosa di distorto.

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La Spina nel Fianco

 

Gli alarbi di Masaniello

Napoli 7 luglio 1647. Il pescatore Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, al grido di "mora 'o malgoverno" da il via alla rivolta contro il Viecerè di Spagna Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos colpevole di un' onerosa pressione fiscale, e di aver introdotto una gravosa gabella sulla frutta, all'epoca  alimento più consumato dai ceti umili. Masaniello ed i suoi alarbi  (lazzari vestiti da arabi ed armati di canne come lance), sollevarono la popolazione, e la guidarono fino alla reggia dove, sbaragliati i soldati spagnoli ed i lanzichenecchi di guardia, giunsero fino alle stanze della Regina. Il duca d'Arcos, riuscito miracolosamente a salvarsi si rifugiò nel Convento di San Luigi e da qui fece recapitare all'arcivescovo di Napoli, il cardinale Ascanio Filomarino, un messaggio in cui prometteva l'abolizione di tutte le imposte. Dopo dieci giorni di rivolta che avevano costretto gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, Masaniello fu accusato di "Pazzia" (probabilmente causata dalla reserpina, un potente allucinogeno somministratogli durante un banchetto nella reggia), e ucciso con una serie di archibugiate. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al Viceré come prova della sua morte. Chiaramente le "gabelle” tornarono.

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