Schizògene Montanelli

Papà Sestilio, ingiuese (di Fusicchio di sotto) per ripicca di contrada con la famiglia insuese della moglie, gli aveva snocciolato quattro nomi Indro, Alessandro, Raffaello, Schizògene (“generatore di divisioni”) e ciascuno con una radice culturale da dotto professore. Vedere il simulacro in bronzo, a firma Vito Tongiani, di un monumento del giornalismo italiano, imbrattato di vernice, logicamente rossa, ha esploso l’ipocrisia dei babbuini (così appellava Berto Ricci i mediocri cortigiani del sistema) compreso il primo cittadino meneghino. La rivendicazione del gesto talebano è d’un un sedicente collettivo pregno di fosforo qualunquista e manco a dirlo antifascista, i Sentinelli di Milano (?). La condanna alla muta statua è scritta: razzista, pedofilo, l’accusa: Destà (Fatima) la sposa eritrea di 12 o 14 anni al tempo della campagna d’Abissinia, così i vigliacchi ignoranti colpiscono le sculture credendo di uccidere il passato e non è la prima volta che l’effige del giornalista venga imbrattata, ha conosciuto la vernice anche dell’acre femminismo milanese.

Il 2 giugno del 1977 sul marciapiede all’angolo tra via Manin e piazza Cavour che perimetra i giardini pubblici, un commando BR della colonna Walter Alasia “gambizzò” Indro Montanelli sparandogli otto colpi calibro 7,65, per sua fortuna, i quattro andati a segno non tranciarono alcuna arteria. “Mi hanno sparato alle gambe, sono cose che succedono”, ai terroristi in fuga aveva gridato “Vigliacchi, vigliacchi!” cercando di tenersi in piedi ricordando quel che diceva il “Grande Babbo” “se devi morire, muori in piedi”.

Nomen est omen, il terzo, Schizògene, gli calzava a pennello perché la grande penna del giornalismo italiano del Novecento ha diviso con la lama la sua anarco-indipendenza dal politicamente corretto della nostra storia unitaria nella sua lunga e travagliata vita pagando sempre il fio, perciò mai fu un vigliacco, di certo sprezzava il garibaldino “Obbedisco!”. Fascista a vent’ anni perché innamorato della rivoluzione, si sentì tradito, come altri, quando il regime si solidificò in vuote parate, retorica dell’ordine, alleanza con la Germania, avvertiva la mancanza di ossigeno, la libertà. Lui monarchico convinto aderì a Giustizia e libertà, conoscendo sbarre e chiavistelli a S. Vittore, scampando per un pelo alla fucilazione nel ’44 con l’accusa d’ aver pubblicato articoli diffamatori del regime. Eppure molti anni dopo fu l’unica Lettera 22 a difendere Erich Priebke, non solo, incontrò e strinse la mano ai terroristi dissociati che l’avevano impallinato.

Ma adesso il bottone rosso da premere, cavalcando l’onda delle proteste per l’uccisione di George Floyd e le genuflessioni codine in Parlamento, era quello sul razzismo ma Montanelli non è stato mai razzista come testimonia Vittorio Bruno, giornalista anche lui gambizzato dalle BR e soprattutto lo testimoniano i suoi scritti di Storia, gli articoli, le Stanze. Quanto alla pedofilia sarebbe intelligente stendere un velo pietoso, chiuderla nell’armadio, da Occidente ad Oriente, senza aggiungere neppure un ma e tappandosi il naso. Per la cronaca dei tempi il madamato fu permesso per legge fino al ’37, ciò non assolve il giornalista dall’attuale morale laica, sentenziano gli abortisti, dimenticando che l’Italia era piena di mamme bambine e l’Africa?

 Montanelli non era dei “nostri” come s’usa dire nell’area della destra radicale o migliorista, era un liberale conservatore, qualcuno suggerisce anarco-conservatore, non per niente aveva simpatizzato per gli anarchici da inviato nella guerra di Spagna tanto da ricevere in dono la tessera della Federazione anarchica catalana, cui teneva molto.

Fu amico di Prezzolini, Leo Longanesi e quel Berto Ricci anarco-fascista col quale collaborò attivamente all’Universale fino alla chiusura del foglio motore di quella rivoluzione conservatrice che è l’opposto di passatismo o dell’ottusa reazione, non “ricompone l’infranto, non “mira a difendere il passato […] ma a rivenire i valori tradizionali nell’avvenire, ridargli origine attraverso un nuovo ciclo, analogico rispetto al passato ma pur sempre nuovo nelle forme e nei problemi che investe” secondo uno scritto di Marcello Veneziani.

Nell’omologazione degli intellettuali che spalmano nutella sul pane del sistema, fatte pochissime eccezioni, escludendo gli strilloni showmen/girls acchiappa audience, il pensiero divergente di Montanelli è un vuoto nel panorama del giornalismo italiano perché nuotava nel mare nostrum ma controcorrente. In fondo gli era rimasto appiccicato il ribellismo intelligente proprio di Berto Ricci, ebbe a confessare con amarezza molti anni dopo:” Mai più mi sentirò come mi sentii allora, accanto a Berto, parte di qualcosa e compagno di qualcuno, voglio dire che mai mi ero sentito e mai mi sentirò giovane come in quegli anni e non solo perché ne avessi 20. Io sono fra i rassegnati, so benissimo che di bandiere non posso averne altre e l'unica che seguiterà a sventolare sulla mia vita è quella che disertai prima che cadesse”.  Diede ragione a chi gettò la vita oltre l’ostacolo cadendo sul fronte libico il 2 febbraio del’41, la rivoluzione continua antiborghese del suo amico Berto fu falciata da uno spitfire inglese, il maiale di Chicago stava mangiando lo spirito di Roma, Schizògene aveva scelto gli “inglesi di dentro” ma questo non cancella il suo ghibellinismo toscano. Chapeau!


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Editoriale

 

La politica

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Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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