La scuola: un male italiano, un male europeo [2]

 Le conseguenze dei mali ai quali la Scuola è consegnata da tempo e che hanno mostrato tutta la loro evidenza al tempo del Covid-19 – nemmeno la retorica neofila è riuscita a far passare la didattica a distanza come un possibile sostituto dell’effettiva attività scolastica – hanno, ovviamente, conseguenze disastrose. In Europa siamo il popolo che legge meno e che, incredibile a dirsi, solo l’invenzione delle mail e degli sms ha probabilmente salvato da un generale analfabetismo di ritorno, anche se ha portato all’elaborazione di una neolingua prima fatta da abbreviazioni e da sgorbi grammaticali che ha poi finito per impoverire progressivamente il contenuto non solo dei linguaggi scritti, ma anche di quelli verbali. Non solo infatti negli elaborati dei discenti di ogni livello scolastico fino all’università è possibile leggere ogni serie di turpitudini grammaticali e concettuali, caratterizzati dal disperato tentativo di indovinare, ponendole a caso, doppie e congiuntivi, ma anche nel campo scientifico, pur costituito da punte di eccellenza, la conoscenza generale è sempre più una semplice speranza. Nell’ormai lontano 2007, un ‘indagine OCSE ha mostrato che solo il 38% degli studenti italiani sa spiegare da quale fenomeno dipenda l’alternarsi del dì e della notte!

Il problema, al quale un governo serio e interessato del futuro della comunità politica che è chiamato a governare dovrebbe porre rimedio, è che in Italia si formano quelle eccellenze che poi sono chiamate a lavorare all’estero, attratte da maggiori prospettive di carriera ed economiche. Non sempre infatti è colpa del sistema: se la spesa per l’istruzione in rapporto al Pil è in Italia inferiore ai Paesi sviluppati d’Europa (c’è infatti una ragione per la quale sono più sviluppati), è pur vero che la nostra tradizione – dalle università che sono nate in Italia fino alla riforma Gentile la cui persistenza, piaccia o non piaccia alle anime belle donmilaniane, assicura ancora un residuo di serietà all’istruzione secondaria – è ancora la forza che consente di assicurare una formazione d’èlite a chi è interessato a riceverla. Gli Stati che “rubano” le nostre intelligenze possono permettersi di pagare di più perché non hanno avuto la spesa della formazione. Sarà certamente impopolare – ma una scelta impopolare non sempre per questo è sbagliata –, tuttavia sarebbe opportuno chiedere a chi sceglie di andare a portare all’estero le competenze che ha acquisito in Italia, una sorta di parziale ristoro delle spese che la comunità si è sobbarcata per lui. Anche per non perdere quel senso di solidarietà sussidiaria che è invece parte fondante il senso di una comunità.


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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