La memoria è per coloro che dimenticano

In un articolo recente, parlando della furia iconoclasta di cui stanno dando sfoggio   gli utili idioti al servizio delle forze mondialiste, mettevamo in luce l’odio per il passato che caratterizza la mentalità progressista. Ma ancor più grave delle devastazioni a cui stiamo assistendo in questi giorni – le quali si accordano fin troppo bene alla strategia del caos voluta dall’élite dominante − appare, a nostro avviso, la levata di scudi in difesa di personaggi come Churchill e Montanelli.

Ora, che a difendere questi liberali incalliti siano coloro che citano la Thatcher e leggono la Fallaci di certo non ci sorprende; ma troviamo avvilente, per non dire grottesco, che a farlo siano gli stessi che almeno a parole si ergono a difesa dei valori tradizionali. Del resto tutto ciò rappresenta l’ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del livello di degenerazione a cui è giunta la civiltà europea, una civiltà che ha rinnegato e dimenticato le proprie radici, al punto da annoverare tra i propri simboli quanto vi è di più lontano dallo spirito tradizionale; in realtà, per chi davvero si riconosce nei valori, o meglio nei princìpi della Tradizione, sono ben altre le figure alle quali ispirarsi. D’altra parte il culto tributato alle personalità del passato, grandi o piccole che siano, ci sembra esso stesso un sintomo di decadenza.

Riteniamo infatti che quando si erge una statua, in senso materiale o simbolico, l’idea che quella statua incarna in fondo è già morta: la memoria appartiene alle civiltà morenti, e nel culto del passato possiamo scorgere  una forma di elaborazione del lutto, il tentativo di esorcizzare un vuoto che non si può, o non si è in grado, di colmare. Se è vero che Platone si insegna e si studia nelle università di tutto il mondo, è altrettanto evidente che il pensiero europeo da parecchi secoli si è allontanato dal grande sapiente greco, riducendo la filosofia a mero pensiero razionalistico e profano − del tutto sprovvisto di ogni valenza autenticamente metafisica e sapienziale − dimenticando che il fine ultimo della ricerca di Platone era la conoscenza dell’Assoluto, qualcosa dunque di inaccessibile alla ragione umana. Ancor oggi i dialoghi platonici vengono stampati e letti, ma quanti sono in grado di comprenderne il significato profondo? I nostri musei raccolgono un numero incalcolabile di opere d’arte, ma i musei non sono forse la tomba dell’arte? Non sono la prova che la Bellezza ha abbandonato il nostro mondo e che di essa conserviamo solamente il cadavere? E i libri scritti che cosa sono se non il pallido riflesso dei Libri viventi, quegli insegnamenti eterni che per un tempo indefinibile sono stati tramandati oralmente, e che sono stati messi per iscritto solo quando gli uomini rischiavano di dimenticarli o quando il loro significato era ormai incomprensibile ai più?

La memoria, diceva Plotino, appartiene a coloro che hanno dimenticato. Ogni volta che tributiamo un pomposo omaggio ad un’idea o all’ uomo che la incarna, domandiamoci se esso non si riduca a semplice necrofilia; una necrofilia che a sua volta nasconde un terrore della morte, perché in una società come la nostra − totalmente priva di ogni fede nella trascendenza e incentrata sul godimento effimero dei beni terreni − la morte non rappresenta un passaggio che permette all’ uomo di pervenire ad uno stato superiore, ma ha in sé qualcosa di irrevocabile che paralizza l’individuo, il quale non può fare altro che catalogare e conservare minuziosamente le spoglie di quella vita che costantemente gli sfugge; ecco allora che il museo, la biblioteca, l’archivio, sono il simbolo del disperato tentativo di superare questo horror vacui, vera e propria Stimmung dell’uomo moderno. Una civiltà che ha perso a tal punto ogni contatto con il sacro da dimenticare che le verità essenziali − quelle verità che nonostante le apparenze continuano a nutrire il nostro mondo come una linfa nascosta − sfuggono alla morsa del tempo e sono al di là di tutte le contingenze. Ciò che è vero è anche eterno, e ciò che è eterno è sempre presente: non ha bisogno di una statua, di una teca di vetro o di un giorno particolare nel calendario per essere ricordato o conservato, giacché nel fondo del cuore di ognuno non ha mai cessato di zampillare come una fonte imperitura.

Abbattiamo gli idoli − soprattutto quelli interiori − che la nostra vanità e le nostre illusioni hanno innalzato nei secoli, bruciamo i libri ricoperti dalla polvere dei millenni, facciamo silenzio attorno al cuore: solo così questa voce silenziosa e sempiterna risuonerà limpida in noi.


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Editoriale

 

La cultura dell’odio

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Ieri e oggi ho incontrato, separatamente, due signore, una relativamente giovane, l’altra relativamente anziana ed entrambe hanno usato una frase priva di qualsiasi significato, ma che è diventata un ritornello sistematicamente ripetuto dai diffusori del pensiero unico globale: “Io sono contro la cultura dell’odio”.

In Italia hanno addirittura fatto una legge in tal senso. Ma cosa significa la cultura dell’odio? Chi è che coltiva l’odio? Ma soprattutto chi può sostenere che in vita sua non ha mai odiato?

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La Spina nel Fianco

 

Beat Generation

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