L'Alzheimer della Storia

Marcello Veneziani sul quotidiano La Verità del 6 settembre 2019 pubblicava un articolo: La sinistra è una cupola, “La sinistra è un’associazione di stampo mafioso che detiene stabilmente il potere e lo esercita forzando la sovranità popolare, la realtà della vita e gli interessi della gente […]pensiamo a cosa viene detto e scritto in modo martellante contro chi difende la sovranità nazionale e i suoi confini, la civiltà cristiana, la famiglia naturale: è trattato alla stregua di nipotino di Hitler, di nazista, di razzista. Accuse criminali, ma da parte di chi le rivolge, a vanvera, stabilendo un nesso infame e automatico tra amor patrio e xenofobia, difesa della civiltà e razzismo, amore della famiglia e omofobia”. Per la cronaca tre giorni dopo quel popolo radicato nella Tradizione era in piazza contro il parto dell’esecutivo più rosso della nostra storia repubblicana mentre asserragliata nel Palazzo la Cupola otteneva la fiducia.

Il marxismo nel tempo ha contagiato in modo virale il tessuto organico dell’occidente aggredendo la sua memoria valoriale bruciando uno ad uno gli interruttori della morale cristiana, quell’architettura organica capace di creare struttura e forma (arte) alla civiltà europea fondendo la cultura greco-romana con l’evangelo cristiano.

In questo il primo segnale di cortocircuito della memoria l’ha offerto la laicissima UE allorché rifiutò  l’invito di S. Giovanni Paolo II a inserire nella Costituzione il riferimento alle radici cristiane dell’Europa, d’altronde in quel 2000 nasceva un mostro tecno-finanziario non dissimile ai Soviet, certo senza gulag geografici ma economici ed intellettuali, dando ragione al dissidente russo Vladimir Bukovski.

Il marx-progressismo ha rappresentato ed è l’Alzheimer della nostra storia, perdita progressiva di memoria, cancellazione delle sinapsi del ricordo, delle onde cerebrali, perdita di identità nazionale e personale, dove l’uomo nuovo, depurato da ogni riferimento culturale, morale, familiare, diventa un nulla ebete seduto nella caverna di Platone.

Lì l’homo stultus è pago dei suoi giocattolini, democrazia è cambiare canale, essere interconnesso, sdraiarsi sui social come sul lettino dello psicanalista, assorbire la cura educativa di un’informazione mafiosa, strumento chiave dell’ideologia progressista, arsenico in dosi progressive per creare assuefazione.  La storia passata è stata condannata con giudizio inappellabile, tutto ciò che attiene al bagaglio di fede nei valori della tradizione è integralismo, intolleranza, discriminazione, in una sola parola magica, passepartout della sinistra, fascismo. Fascista è la Patria, la famiglia composta da un uomo ed una donna, fascista è Dio, perciò di tutto questo piazza pulita e condanna al confinamento sociale per chi osa, tapino, conservare memoria di quei porti sicuri della nostra civiltà.

I talebani della sinistra hanno già distrutto i ponti tra presente e passato, un’azione di guerra senza soluzione di continuità, capillare, abbracciando in pieno l’iconoclastia dell’VIII e IX secolo, vietata ogni rappresentazione del passato in conflitto con i dogmi della religione marxista eufemisticamente chiamata politically corret. Molti storceranno il naso, bizantineggiando sull’esegesi dell’opera del duo Marx-Engels, ma tirannie e sangue a iosa dicono altro. Però il marxismo-leninismo nelle società capitaliste si è evoluto, dai Soviet alla rivoluzione culturale sembra trascorso un millennio, oggi il processo di “liberazione” dallo sfruttamento ha abbandonato la classe operaia, oramai residuale piccola aristocrazia proletaria dei processi produttivi, ha invece aggredito la spina dorsale della società liberale, la borghesia postindustriale. E’ lei la più sensibile al materialismo edonista, smaniosa di spogliarsi della vecchia morale e la cui nudità in fretta si veste degli abiti offerti da un credo solo laico, unicamente laico con forti connotazioni massoniche. Così è accnduto l’impossibile che proprio la classe nemica della sinistra si trasformasse in V armata contro il castello della tradizione invocando una palingenesi escatologica del mondo, dove il capitalismo non è affatto più l’orco da ammazzare (vedi la Cina), anzi un volano necessario al benessere, purché “affiliato” alla cupola che lo governa.

I talebani, cancellatori della storia, fuori della caverna di Platone costruiscono il deserto della memoria, abbattono statue di Colombo, di Jefferson, imbrattano Churchill, archiviano film (il razzista Via col vento), vogliono distruggere architetture, cancellano la toponomastica fascista (vedi V. Raggi), rasano al suolo la Storia costringendo all’Alzheimer il popolo con la benedizione delle chiese (non solo quella cattolica) anch’esse affiliate con alessandrine disquisizioni teologali.

E se uno spettatore ribelle dovesse lasciare il suo posto nella caverna, uscire da essa per ricostruire la propria memoria, incontrerebbe una landa disseminata di schermi dove si proiettano le stesse immagini del fondo della grotta, allora sarebbe indotto a tornarsene indietro, sedersi buono, buono al suo posto sottoponendosi alla rieducazione per il delitto del suo atto ribelle e pagando la tessera di riaffiliazione.

Noi no. Noi non siamo uomini d’oggi cantava Massimo Morsello, abbiamo intatta la memoria.


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Editoriale

 

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Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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