“Repubblica o caos”

Minaccia del socialista massimalista Pietro Nenni al referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, era la sintesi  politica della Resistenza sulla scelta tra Repubblica e Monarchia comprensiva della condanna senza appello o compromessi con l’ala liberal-criistiana, emessa dalla componente maggioritaria del movimento partigiano contro casa Savoia. Un’eventuale vittoria referendaria della Monarchia avrebbe spezzato l’unità costruita nel CNL, riacceso il fuoco della lotta armata per trasformare l’Italia in un Paese scialista satellite di Mosca  con ulteriori perdite territoriali sul fronte nord-orientale per sfamare gli appetiti del Tito infoibatore.

La vittoria della Repubblica era punto irrinunciabile, non contrattabile, per il fronte di sinistra, il passo dell’oca verso la democrazia e l’alba del sol dell’avvenire. La propaganda per indirizzare il voto referendario in tal senso fu capillare, massiccia, potendo contare sulla stampa nazionale, mentre la componente monarchica si lasciò ammutolire perché adusa all’arrembaggio politico, dimentica di elmo e spada, cimeli da soffitta.

Ma quel 2-3 giugno la partita era doppia, a suffragio universale, donne comprese per la prima volta, si andava al voto per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente (556), la neonata democrazia correva il rischio di un rapido trapasso dai gagliardetti alla bandiera rossa nonostante le rassicurazioni democratiche di Palmiro Togliatti.

L’unione civile tra diversi si poteva fare dando vita ad un governo unitario delle forze antifasciste a patto però che il Re facesse le valigie per gravi colpe storiche paterne, l’aver consegnato lo Stato all’orco Benito Mussolini, firmato le leggi razziali del ’38 e la famosa dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna del 10 giugno 1940, per finire con la fuitina a Brindisi all’alba del 9 settembre del ’43, il giorno dopo l’armistizio, lasciando la Patria nel pantano di una guerra civile.

Su questi fatti, qui solo accennati, sono state scritte biblioteche di libri né ci interessa la vulgata ufficiale dei testi scolastici, la Storia la scrivono i vincitori non i vinti ai quali spetta un ribelle ma…con diritto di replica ininfluente.

Spazziamo via una leggenda, alla conta dei voti vinse la Repubblica, punto. Due milioni la forbice tra il berretto frigio e la corona, 12.717.923 contro 10.719.284, 54,3% contro il 45,7% e il risultato era chiaro fin dal 10 giugno ma certamente brogli e pasticci ce ne furono parecchi ma forse non tali da ribaltare il risultato, la Monarchia vinceva a sud mentre dalla cintola in su del Bel Paese godeva Mazzini. Pagine documentate da storico rigoroso, le ha scritte, su quel referendum, Aldo Alessandro Mola monarchico militante, membro della Consulta del Regno, col quale concordiamo sul colpo di mano col quale Alcide De Gasperi, senza aspettare la conferma dei risultati della Corte di cassazione fissati per il 18 giugno, esaminati tutti i ricorsi, avocò alla sua persona il ruolo provvisorio di Capo di Stato deponendo di fatto la Corona. Non crediamo invece si potesse ripetere il referendum e oggettivamente la resistenza del re di maggio fu timida come il suo carattere, ingoiò il verdetto delle urne, lasciò un romantico messaggio al popolo e partì, seppur sdegnato. La DC comunque aveva conseguito la maggioranza relativa alle elezioni per l’Assemblea Costituente, il pericolo comunista era congelato, il Vaticano tirava un sospiro di sollievo e la vittoria della Repubblica contro casa Savoia era una rivincita di quel 1870, l’anno di Porta Pia con la scomunica della casa sabauda e quel non expedit per i cattolici, forma di resistenza passiva andata poi in archivio col repubblicano don Sturzo.

Quello che qui ci interessa è ricordare la violenza poliziesca con la quale la neonata Repubblica si presentò a Napoli, la città più monarchica d’Italia, con la strage di via Mediana, sette giovani persero la vita negli scontri. Riportiamo quanto scritto da un ex comunista, il giornalista Marco Demarco in “L'altra metà’ della storia: spunti e riflessioni su Napoli da Lauro a Bassolino”, (Guida Editori, 2007):Accadde a Napoli l’11 giugno 1946, in via Medina, davanti alla sede della federazione del Pci, dove ci fu una strage durante la quale, sotto il fuoco dei mitra della polizia, rimasero uccisi sette poveri cristi e feriti una cinquantina di disgraziati". Già la polizia ausiliaria (ex partigiani) mandata da Romita per spegnere i ribelli, solo pochi giorni prima aveva ucciso un adolescente di 14 anni, Carlo Russo, colpito alla testa da una raffica di mitra, una bomba aveva ferito a morte Ciro Martino a Capodimonte sempre il 7 giugno, il giorno seguente perse la vita un sedicenne Gaetano d’Alessandro durante una manifestazione monarchica sedata, sul modello Hog Kong, dalla polizia romitiana. In pochi giorni 10 morti e oltre cento feriti, era il canto di sangue dei ribelli e con loro noi vogliamo cantare.

Da giovani eravamo convinti d’essere stati truffati in quel referendum istituzionale, avevamo “rabbia” dando battaglia come solo i lupi giovani sanno fare avendo un capo politico di enorme spessore, Sergio Boschiero, potevamo osare ciò ch’appariva impossibile, ricostruire il Regno d’Italia, gridavamo “Monarchia o caos”. Purtroppo non ci accorgevamo o forse non ce ne fregava niente, visto l’alto ideale, che le idee marciano sulle gambe degli uomini al seguito di un Capo e Sergio non bastava a fare il salto, occorreva un re guerriero che non c’era, magari quel Vittorio Emanuele II padre della Patria diventato una statua di bronzo equestre come Marco Aurelio restavano alchemiche diatribe sul diritto di successione dinastica a un trono rimasto vuoto da quel 13 giugno del ’46.

Dicono sondaggi recenti che il 15% della popolazione si schiera ancor oggi per la Monarchia, un dato importante perché nudo dalla contaminazione dei mass media, un dato nel silenzio, certamente maggiore quando si ascolta alla tv il messaggio della Regina Elisabetta, vera regina in un mondo di stallieri, allora sì che nella memoria l’antica fiaba si rinnova, “c’era una volta un Regno…”


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