Covid-19: l'eterogenesi della fine dell'Unione Europea

Mentre si fa sempre più pesante il computo delle vittime della pandemia in corso, il Covid-19 evidenzia il suo unico merito: quello di aver messo a nudo le inefficienze, i limiti e le ipocrisie dell’Unione Europea per come è stata realizzata soprattutto nell’ultimo trentennio.

Misurandosi con la crisi causata dal coronavirus, infatti, l’Ue ha lasciato prevalere l’egoismo, la mediocrità, la divisione in blocchi tra il suo Nord ed il suo Sud. Non riuscendo a mostrare un minimo di umanità e di unità di fronte alla prima vera catastrofe collettiva deflagrata al suo interno, essa ha tradito i suoi princìpi condannandosi all’irrilevanza.

Si sono palesate le reali fattezze del Moloch creato tra il Secondo e il Terzo millennio all’ombra della Grand-Place de Bruxelles: un accrocco diffidente e litigioso dei singoli governi dei singoli paesi europei che cercano, ognuno, di tirare la coperta dalla propria parte; un matrimonio di interesse dove a farla da padrone sono alcuni paesi (continentali) a scapito di altri (mediterranei); una costruzione elefantiaca capace di creare solo malcontento; un gioco di specchi che ha coperto le sue contraddizioni e i suoi conflitti di potenza finché ha potuto.

Un’Europa, insomma, che ha irreversibilmente mostrato in queste settimane l’incongruenza tra la sua ragione sociale di “Unione” e la sua effettiva attività rivelandosi un’istituzione non unita, non europea: l’esatto opposto di ciò che avrebbe dovuto essere.

Di salvabile è rimasto solo l’acronimo, se per Ue si intende non più “Unione Europea” bensì “Unione Egoista” come suggerito da Maurizio Belpietro dalle colonne de «La Verità» il 28 marzo scorso. Giorno, peraltro, nel quale anche il neologismo di “Neuropa” coniato da Michele Serra su «Repubblica» – come contrazione di “Non Europa” – pare ben azzeccato anche come allusione multilinguistica alla difficile condizione mentale nella quale versano oggi le elite tecnocratiche del Vecchio Continente.

Come siamo arrivati a tutto ciò? Una cosa è certa: crollato il Muro di Berlino la progettualità europea si trovò ad un bivio. Due le strade praticabili: una autoritaria, l’altra democratica. La prima avrebbe portato alla creazione di un’organizzazione tecnocratica di una collettività omogeneizzata ed uniformizzata dal controllo monolitico dei circuiti informativi; la seconda avrebbe convogliato il “sogno europeo” in una forma di governo di una società autonomistica e pluralistica basata sulla personalizzazione e la libera selezione di tali circuiti. Sappiamo bene, oggi più che mai, quale delle due è prevalsa.

Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dai popoli, dal basso, ma è stata imposta dal nuovo potere – l’impero centrale 2.0 – che ha progressivamente sostituito il termine stesso di “Comunità Europea” con quello di “Unione Europea”. 

Non ce ne siamo quasi accorti ma, d’altra parte, ogni inganno ben architettato si origina proprio dal linguaggio. L’equivoco terribile su cui si è maliziosamente giocato è stato lo stesso col quale la semantica confusionaria del neologismo liberal ha camuffato, affermandolo – con la complicità della produzione sociologica – il neoliberismo che è quanto di più antitetico possa esistere rispetto alla tradizione liberale che aveva mosso i padri fondatori dell’Europa nel secondo dopoguerra.

Quotidianamente abbiamo subìto la destoricizzazione della cultura, la falsificazione della sintassi finendo nel guano di una palude, per dirla con Francesco Lamendola, «dove il senso delle parole si perde e diventa un altro da quello che realmente è»: di conseguenza, «invasione diventa accoglienza, […] inclusione vuol dire sacrificare la pace e i diritti della maggioranza alla tirannia delle minoranze aggressive, antifascismo consente di demonizzare qualunque avversario, dialogo e tolleranza vogliono dire rinuncia alla propria identità e sottomissione alle identità altrui», e così via...

É questo lo scenario nel quale è tramontata l’idea liberal di Europa ed è albeggiato il neoliberismo che ha dato la possibilità al nuovo potere di fare «ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune». Un potere – quello esercitato dalle elite neoliberiste – che manipola lingue e popoli «trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono […] un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti».

Lo scrisse Pier Paolo Pasolini in uno dei suoi ultimi scritti, negli anni in cui l’inganno del linguaggio nella Penisola identificava col rassicurante “miracolo economico” il ben più allarmante “becero consumismo” in virtù del quale si voleva «che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarla dovevano realizzare un nuovo modello umano».

Un modello umano addomesticato da un pensiero unico e globale imposto da un potere economicamente sovrano e assolutistico nei modi che forse, per un’inattesa eterogenesi dei fini, è colpito a morte proprio dalla corona di un virus che, prima di ucciderlo, pare proprio lo abbia messo a nudo.


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Editoriale

 

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