Il MES e il futuro dell'Italia

Si fa un gran palare in questi giorni della necessità per l’Italia di ricorrere all’aiuto dei soldi del MES per affrontare la grave crisi economica causata dalla improvvida gestione, da parte del Governo Conte, 5 stelle e partito democratico, dell’emergenza coronavirus, dichiarata il 31 gennaio, con la proclamazione dello stato di emergenza, ma affrontata realmente con oltre 20 giorni di ritardo con provvedimenti parziali, male applicati ma, anche e soprattutto, sbagliati.

Il MES, meccanismo europeo di stabilità, meglio conosciuto con un nome simpatico, meccanismo salva-stati, è in realtà uno strumento di strozzinaggio legalizzato, come ha ampiamente dimostrato la storia recente della Grecia che a quel meccanismo ha fatto ricorso ed oggi si ritrova spogliata di tutte le sue risorse.

D’altra parte le dichiarazioni recenti del ministro dell’economia tedesco, Peter Altmaier, non lasciano varchi aperti: per l’Italia non esiste possibilità di flessibilità, né sfugge all’ipotesi di commissariamento in caso di ricorso al MES.

Infatti già ci siamo resi conto, nel corso di questa crisi sanitaria che stiamo affrontando noi Italiani, di quali aiuti e sostegni ci siano giunti da quella che tutti chiamano Europa, ma che è soltanto una UE, nemica ed ostile al vero sogno di un’Europa unita: non una mascherina, non un ventilatore, non una parola di sostegno, ma solo blocco delle frontiere, derisione, insulti e rifiuto di venderci quello che ci mancava.

Le cose che ci mancavano, però, sono state il frutto delle disastrose scelte dei nostri governi in questi ultimi 20 anni, che pur di accontentare le folli richieste di una UE, ostile e criminale, hanno distrutto il nostro tessuto economico, hanno privatizzato, sotto costo, i nostri beni più pregiati, magari lucrando sul piano personale per le ingenti mazzette ricevute e gestendo male per poter incassare di più, hanno consentito che fossero danneggiati gli interessi nazionali (vedi le nostre specificità alimentari ed agricole, la nostra industria cantieristica e i nostri porti, vedi la salvaguardia del nostro territorio e della popolazione italiana), hanno permesso che alcune banche sfuggissero al controllo della Banca d’Italia, ormai ente privato e via di questo passo.

Ora occorre correre ai ripari! Rivolgiamoci al nostro popolo e costruiamo, le soluzioni di questa enorme crisi economica che ci attende, da soli. Ce la possiamo fare.

Serve coraggio, serve una vera solidarietà di stato, non le sottoscrizioni private che non si sa mai dove vanno a finire e se vengono investite in modo funzionale, ma una vera emissione di titoli nazionali per i soli risparmiatori italiani, inoltre, così come la Germania ha ripreso a far circolare i marchi anche noi dobbiamo attivare un sistema monetario di stato, non più a debito, per i rapporti interni.

Oggi si può fare: gli Italiani piano piano, in questo clima di isolamento domiciliare, stanno riscoprendo il senso della comunità, stanno ritrovando un’identità che sembrava perduta e sono pronti ad impegnarsi per ricreare una grande nazione quale siamo stati fino a pochi anni fa. C’è da lavorare, c’è da rimboccarsi le maniche, ma abbiamo le qualità, le forze, l’intelligenza e la capacità per riuscirci.

L’unica cosa che chiediamo al governo è la creazione di commissioni di controllo che verifichino che i nostri sforzi non vadano in tasca a qualcuno e che soprattutto non servano alla corte dei signori di Bruxelles.

Illustri economisti stanno predisponendo un piano complessivo da sottoporre al Governo, da chiunque sia composto, onde dimostrare la loro buonafede e il loro vero attaccamento all’Italia ed al suo popolo.

Se ce la faremo, il nostro sforzo solitario dovrà essere sbattuto in faccia a chi ha fatto della UE uno strumento per impedire la nascita di una vera Europa e per sottomettere i popoli europei allo strapotere della finanza apolide.

Noi cittadini siamo pronti, il ceto sedicente politico non lo so ma lo spero. E’ in gioco il futuro dell’Italia e dell’Europa; non si può più giocare.


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Editoriale

 

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Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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