Madonna che silenzio c'è stasera

Seconda settimana di arresti domiciliari, il Governo impone la legge marziale e la chiusura di tutte le attività, e l'opposizione invece di comportarsi da tale, alza la posta creando di fatto un “governo ombra” ancora più restrittivo. Come scrive il filosofo Paolo Becchi "La legge marziale, l’esercito ed il blocco totale di un’economia di un paese non sono stati raccomandati all’Italia da nessun epidemiologo (..) Tutto quello che sta avvenendo è una reazione dei nostri politici,(..) Secondo i report dell’OMS e dell’Imperial College di Londra impedire alla gente di uscire di casa e di andare a lavorare è una misura sproporzionata e di effetto poco rilevante per contrastare il virus. Se la prolunghi infatti per mesi, (..) l’economia collassa (..). Se la togli dopo un paio di mesi senza aver rintracciato, testato e isolato i portatori del virus, appena la gente torna tutta fuori il virus torna a diffondersi". Ma tant’è, ormai il danno è fatto, non ci resta che l'isolamento, l'alienazione, l'annichilimento verso una solitudine colposa, fuori, nelle strade nessun rumore.

Un silenzio assordante, che in toscana, richiama il monologo di Francesco Nuti nel film Madonna che silenzio c'è stasera del 1982, diretto da Maurizio Ponzi. Il protagonista Francesco in una casa del popolo deserta si rivolge così al barista Chiaramonti: Maaadonna che silenzio c'è stasera, 'un c'era mai stato un silenzio come stasera. Perchè questo non è uno di quei silenzi che uno dice Madonna che silenzio c'e stasera, no no è uno di quei silenzi che uno dice: Maadonna che silenzio c'è stasera...ni bar un c'è nessuno, e c'è silenzio, io entro e sto zitto, e vengo ai banco, mi metto davanti al Chiaramonti..tu mi dirai vò quarche cosa, e io zitto, tu mi dirai voi un caffè, e io sempre zitto, te icchè tu fai? ..Io siccome chi tace acconsente piglio e ti fò un caffè....." Nel film la vita di Francesco si svolge nelle strade di Prato, una mamma possessiva, come tutte le mamme dei primi anni “80, che lo spinge a cercare un lavoro fra i telai del comparto tessile pratese; non lo troverà, come tanti giovani di oggi,  scovando invece personaggi bislacchi, un barista restio a metter fuori la voce, il Chiaramonti appunto, interpretato da Novello Novelli, una prostituta, Edy Angelillo, ed il "Magnifico" Massimo Sarchielli, che ha conosciuto il padre di Francesco prima della sua fuga in Perù. Suo il motto "O sposti la chiesa, o vinci al totocalcio, o vai ni Perù".

Ipotesi ancora oggi fondate, la “Chiesa” Bergogliana si è spostata da sola verso il politicamente corretto, in piena pandemia si è deciso di chiudere le chiese, ed il papa ha ricordato al popolo delle partite I.V.A. che il virus è la giusta punizione per non aver pagato le tasse. Il totocalcio, ed i suoi simili venduti dai tabaccai, in quanto monopolio dello Stato, restano aperti anche in emergenza sanitaria. Il Perù parrebbe accogliente, ma la chiusura dei voli internazionali lo rende impossibile. Non resta che stare lì, a Prato, città che nei decenni che si sono succeduti alle riprese del film si è trasformata: i cinesi hanno acquistato la maggioranza delle attività e ormai anche strade, piazze e cartelli stradali della città toscana hanno nomi in cinese. Fra le varie attività acquistate anche la fabbrica dove lavorava il "Magnifico", lo scopriamo in un altro Film, Cenci in Cina diretto da Marco Limberti nel 2009, con Alessandro Paci, Francesco Ciampi e Man Lo Zhang. La fabbrica si chiama "Gobbotex", specializzata nell'industria tessile, fondata da Vittorio Pelagatti e Armando Giachetti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tramandata sino ai nipoti, omonimi dei fondatori, che si troveranno prossimi al fallimento. Nel film intraprendono mille peripezie, per cercare di salvare la ditta di famiglia dalle fauci della signora Li, imprenditrice cinese, che alla fine si mostrerà meno predatrice del fisco italiano, entrando in società e salvando i due imprenditori.

"Il Magnifico" ormai in pensione sbarca il lunario restando lì dove ha vissuto una vita e raccontando a tutti che l'unico modo per fuggire da Prato resta: "O sposti la chiesa, o vinci al totocalcio o vai ni Perù". Me lo immagino disilluso ma fiero, come fieri devono essere i titolari dell’azienda di Prato "Gruppo Colle", leader mondiale nel settore della tintura delle fibre tessili, che in un comunicato stampa ha dichiarano “In più di 60 anni, tradizione e innovazione hanno stretto un patto sinergico per il raggiungimento della più alta qualità. La passione per questo lavoro è la chiave del nostro successo: un obiettivo che perseguiamo quotidianamente, con investimenti nella ricerca tecnologica, l’affinamento dei processi produttivi e la formazione costante del personale. Il coraggio di cambiare e la capacità di adattarci nel tempo alle nuove esigenze che si profilano all’orizzonte sono la nostra sfida quotidiana. (..) Siamo orgogliosamente un’azienda Italiana, per noi la cultura manifatturiera è un valore. Tuttavia non viviamo solo di acqua e colore…”.

È insito nel popolo delle P.I. veri salvatori dell'economia del nostro paese, l'orgoglio di essere Italiani, la "Gruppo Colle" non ha ceduto alle lusinghe ed ai capitali della signora Li di turno, sul suo tetto, accanto alla bandiera Italiana non sventola quella Cinese, e da domenica nemmeno quella dell'unione europea, tolta, gettata giustamente fra i rifiuti della storia, e sostituita dalla bandiera Toscana. Lo spirito ribelle dei Toscani, lo conosceva bene anche un altro Pratese, Curt Erich Suckert, conosciuto con il nome d'arte di Curzio Malaparte, scrittore, giornalista, militare, poeta e saggista italiano, nonché diplomatico, agente segreto, sceneggiatore e regista, una delle figure centrali dell'espressionismo letterario, fra le sue opere più famose tecnica del colpo di stato, La Pelle, Kaput e Maledetti Toscani. Interventista e volontario nella Grande Guerra, fascista della prima ora, partecipò alla marcia su Roma e fu attivo nelle posizioni di fascismo di sinistra intransigenza che lo portò, gradualmente ad allontanarsi dal regime sino nen secondo dopoguerra ad avvicinarsi al Partito Comunista Italiano. Si soprannominò  “Arcitaliano", per avere racchiuso nella sua complessa e contraddittoria personalità molti difetti e pregi del nostro popolo.

Nel suo libro La Pelle descriverà la fucilazione di giovanissimi aderenti alla R.S.I. da parte dei partigiani del C.L.N. "I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza, la squadra di giovani partigiani della divisione comunista “ Potente “, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, (..) tutti tacevano, immoti.(..) Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo. I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C’era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, (..) l’ufficiale non si mosse, (..) tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse: Tocca a te. Come ti chiami? Mi chiamo come mi pare...O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui. Gli rispondo per insegnargli l'educazione, a quel coso - rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso l'ufficiale partigiano. A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo. L’ufficiale partigiano alzò la testa e disse: Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te. Se gli è per non farle perdere tempo - disse il ragazzo con voce di scherno - mi sbrigo subito. E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato. Bada di non sporcarti le scarpe ! - gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere, (..) in quell’istante (..) cadde crivellato di colpi.

Questo è lo spirito Toscano, che ne plotoni d'esecuzione ne Virus potranno mai domare, e come cantavano presumibilmente quei ragazzi durante le loro scorribande "A noi la morte non ci fà paura, ci si fidanza e ci si fà l'Amor, se poi ti avvince e ti porta al cimitero, s'accende un cero e 'un se ne parla più”. Aveva ragione il barista Chiaramonti, chi tace acconsente, è arrivato il momento di smettere di tacere ad accettare supinamente ogni limitazione alle nostre libertà costituzionali, possiamo farlo anche con piccoli gesti, come quello dei titolari della "Gruppo Colle".


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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