Scendeva dalla soglia

“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo” (Cap. XXXIV dei Promessi Sposi). Pensiamo sia il brano di realismo lirico più alto scritto da Manzoni, vibra le corde della tenerezza poetica che pure filma il dramma composto di una madre nel far deporre il corpo di Cecilia, sua unica figlia, sul carro dei morti di peste. Il funerale è tutto in quel breve tragitto dall’uscio di casa alle braccia del monatto, niente fiori, incenso, preghiere, solo l’abito bianco della festa su quel corpo vergine, ormai diafano, uno schiaffo alla secca morte a ricordarle quanto l’amore di una mamma sia forte più dell’algida signora del castigo. Fiera d’una dignità lombarda ella non urla, non impreca contro il fato, ha riposto nel cuore, nella memoria il film di una figlia dal gambo del fiore corto, appena nove anni, ma più che sufficiente a donare a sua madre il suo profumo; forse già all’imbrunire torneranno insieme, una speranza di fede oltre la soglia, ancora un schiaffo d’amore eterno contro il nulla.

Quella peste del 1630 è diventata funesto patrimonio dell’Italia proprio in virtù del romanzo manzoniano così scrupoloso nell’innestare il racconto d’un matrimonio contrastato con la cronaca del tempo, compresa quella figura irrazionale, sfuggente dell’untore, maligno propagatore della peste, gotica ombra al servizio del demonio, scienza medica e giustizia si aggrapparono a questo pipistrello iago della notte per giustificare la propria assoluta impotenza.

Così l’untore è tornato sulla scena quasi quattrocento anni dopo, ha cambiato nome in asintomatico, come a dire ha il virus COVID-19 ma non l’avverte, l’ha fatto accomodare nel ripostiglio e lì è rimasto zitto e chiuso senza andarsene in giro per le stanze del corpo, però se viene un ospite a trovare l’untore o lui si ferma a chiacchierare con un amico il mascalzone velenoso esce, s’infila nelle tasche del malcapitato rubandogli un bene prezioso, unico, la salute.

La riflessione è sull’eterno ritorno dei maghi della scienza, i luminari pensosi, gonfi di titoli accademici, esperti girovaghi dalla cui bocca cola l’oro della conoscenza scientifica, dietro questo paravento l’omino è ignudo, impotente oggi come ieri, la terapia scientifica ordina il sapone, il metro e barricarsi in casa e se il ”veleno” ti becca non vedrai più di colpo familiari e amici, se crepi niente funerali, dritto all’inceneritore quia pulvis es et in pulverem reverteris.

Purtroppo la memoria storica è spesso solo un lampo, ma come non ricordare invece la pandemia del 1918-20 chiamata “spagnola”, stessa sintomatologia del COVID-19, febbre, tosse, polmonite, in poche ore dalla vita alla fossa. E’ stata definita «il più grande olocausto medico di sempre» dalla storica Catharine Arnold nel suo libro ricerca 1918 Pandemic, quell’influenza provocò il decesso di milioni di persone dai 50 ai 100, quanti o forse più del II conflitto mondiale, un genocidio virale col quale vanamente si misurò la scienza. Solo recenti analisi sui corpi hanno catturato il responsabile letale di quella strage, fu la mutazione del virus dell’influenza A, uno dei quattro tipi conosciuti, appartenente al sottotipo H1N1 lo stesso della peste suina del 2009, insomma un veleno speciale.

Contrariamente al coronavirus quell’epidemia epocale sciamò nel meridione dell’Italia dove la bella gioventù era a combattere sul fronte per riscattare Caporetto, falciò 600.000 persone quanti i soldati caduti in guerra, l’Italia vinse il conflitto, superò la spagnola e i sanguinosi scontri sociali postbellici, lo spirito del Piave d’un popolo di proletari scrisse pagine memorabili.

Oggi la madre di Cecilia è una colonna di carri militari che grigi trasportano le salme dei caduti di questa pestilenza cinese, c’è tutta la commozione di chi non li ha più visti dal momento del ricovero, non un abbraccio, un bacio, una parola, riceveranno cenere di chi hanno amato, manca la poesia della morte.

Coraggio!


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