Un pensiero forte per scendere dalla giostra della globalizzazione

Nel 1989 con il crollo del Muro di Berlino, il già discutibile motto che per tre lunghi secoli fu “Liberté, Egalité, Fraternité” è stato rimpiazzato da “Globalité, Marché, Monnaie”: una nuova, magica triade ideologica che ha governato il mondo nell’ultimo trentennio, quello della globalizzazione. Il fenomeno geopolitico, cioè, assunto come Moloch e graniticamente difeso dai fondamentalisti del radical chic che azionavano con la parola d’ordine “spalancare tutto”.

Ma cosa è stata, essenzialmente, la globalizzazione? L’utopia – maliziosamente ingegnata e maldestramente attuata – che si è autoalimentata sui miti della rimozione dei confini, dell’annullamento delle distanze, del superamento delle differenze realizzando, in realtà, solo una cesura sempre più netta tra un’élite di illuminati e un popolo globale indistinto senza specificità, deconcentrato dalla tecnologia “distrattiva” e distruttiva somministrata a dosi sempre più crescenti fino all’alienazione delle coscienze.

Regista e protagonista di tale progetto è stata un’élite tecnocratica che ha realizzato tutto ciò autoincoronandosi come “guida suprema” del Terzo Millennio poiché depositaria del sapere che ella stessa produceva per diseducare – come ha fatto – una massa indistinta di popoli globalmente mischiati in un ceto medio diseredato senza radici, reso tale a colpi di “melting pot”.  

La radicalizzazione della frattura tra élite e popolo – già presente nello Stato-Nazione del Novecento, ma entro i confini politici dello stesso – ha assunto, così, le fattezze di una cesura mondiale tra il vertice e la base della nuova piramide sociale, ovviamente anch’essa forzatamente globalizzatasi. I primi – la minoranza all’apice “della giostra” – impegnati a costruire un mondo nuovo sviluppato fuori dai confini nazionali sulla rete universale; i secondi – sulla sella dei “cavalli della giostra” – distratti dal consumo tecnologico che hanno subìto progressivamente il cambiamento dell’assetto socio-economico nel quale sopravvivevano illudendosi di vivere.

Un progetto ben congeniato nel quale la realizzazione concreta del “mutamento” è stata affidata a nuovi flussi culturali globali – artificialmente e artificiosamente creati – riconducibili a cinque categorie essenziali: gli ethnoscapes, generati da flussi di persone (turisti, immigrati, rifugiati, esiliati, lavoratori stagionali); i technoscapes, risultante di flussi di macchinari e fabbriche prodotti da corporation e multinazionali; i finanscapes, prodotti da flussi di denaro nei mercati monetari e nelle borse internazionali; i mediascapes, repertori di informazioni i cui flussi sono stati veicolati tramite quotidiani, riviste, Tv, cinema, internet; e, infine, gli ideoscapes, legati al flusso di immagini, legati alla visione del mondo dell’Illuminismo occidentale.

Cosa sono in realtà queste “immagini” su cui si basano i mediascapes e, soprattutto, gli ideoscapes? Null’altro che quelle istantanee di democrazia, libertà, benessere, giustizia, abilmente create ad hoc e altrettanto diffuse tramite i media. Con quale obiettivo? Quello di accendere il fuoco della passione buonista e volontaristica che ha nascosto i reali propositi della globalizzazione e del “villaggio globale” – per dirla con McLuhan – che ha prodotto.

Le icone, insomma, che a livello mondiale sono state imposte dall’élite – illuminata più che illuminista – attraverso le quali sono state cresciute le nuove generazioni e influenzate le vecchie. A ben pensarci, infatti, cosa è stato proposto come nuovo, positivo, bello e confortante? Un nuovo modello di società tecnocratica e consumistica volta a premiare chi indipendentemente da tutto (morale, meriti, formazione, etc…) riesce a farcela, ad imporsi, a centrare i propri obiettivi non tanto per migliorare la propria condizione esistenziale – che rimane misera e vuota – quanto per soddisfare l’effimero desiderio di autorealizzazione veicolando tali “successi” e tali “status” via social.

Consumismo e tecnocrazia si sono fusi, così, in una visione della società alla quale uniformare le aspettative e le prospettive individuali. Così la globalizzazione è stata la risultante non di un processo di confronto culturale ma di una ragione economicistica che formalmente afferma il bene comune ma sostanzialmente persegue interessi settoriali che di mondiale hanno solo il bacino di affermazione cui mirano: l’imposizione, da remoto, di una mentalità economicistica come “ideologia totale” proprio come aveva previsto Karl Mannheim in Ideology and Utopia nel lontano 1929.

Cosa contrapporre a tutto questo? Un “pensiero forte” che si imponga ad argine e colga le opportunità di questa crisi sanitaria causata dal Covid-19 per formare, informare e, soprattutto, far scendere dalla giostra chi inconsapevolmente sta ancora girando su di essa.  


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