Terra di confine

Dedicato a Lele che, d’un amore tenace, fin da adolescente in terra di confine, a Trieste irredenta e lungo i sentieri del Carso, avvertì il soffio che proveniva là dove anche le pietre parlano italiano...      Le case mute, le strade vuote, come in attesa, tra angoscia e illusioni sotto un cielo di primavera che, livido, non scalda. L’onda del mare muore lungo il molo deserto e in rovina. Solo lo stridio dei gabbiani rompe un silenzio senza pace, più simile ad un cimitero di quel porto che era stato definito ‘la città di vita’. Città che aveva vissuto la breve e intensa stagione del poeta Vate, di Gabriele D’Annunzio, della Reggenza del Carnaro fino al suo epilogo tragico del ‘Natale di sangue’. Altro sangue si prepara ad essere versato con ferocia indicibile carico di lutti. 3 maggio 1945, Fiume. Prime ore del mattino, dalle colline discende una colonna di uomini e automezzi e animali, bestie con la stella rossa sul berretto nella mente nel cuore. Sarà il rinnovato gioco crudele dell’orrore e della paura e delle liste di proscrizione e degli scomparsi fino al suo epilogo, l’esodo di gran parte della popolazione. Una identità violata due volte, con le poche cose di quanto apparteneva ad una storia secolare e il silenzio osceno e servile di una ‘patria’ tanto desiderata e tanto ostile e dimentica...                                     

Terra rossa d’Istria e di Fiume e della Dalmazia – 10 febbraio 1947 Trattato (quale se si deve sottoscrivere comunque e nonostante tutto?) di pace, divenuto ‘giorno del ricordo’ ed ancora negato e deriso e ridotto sovente a poca cosa o affidato ad essere celebrato da coloro, ironia vergognosa, che rappresentano (l’anagrafe impietosa ed equa ha mietuto i protagonisti) chi si sottomise armi alla mano ai violatori di quelle terre di quegli uomini e donne, fazzoletto rosso al collo e pugno chiuso. ‘Fascismo di confine e foibe’, nello spazio offerto dalle istituzioni costituzionali, ove il rapporto di causa ed effetto preme per ridefinire ridimensionare svilire orrore ed ignavia. Solo il silenzio nobilita o l’impegno di poche anime belle e ardite che, nonostante tutto, si rifiutano di tacere, di accettare la volgarità dell’ora. La fierezza e la speranza, virtù a testimoniare che c’è un’Italia che rifiuta la menzogna ordita e la cappa di grigiore e il male odorante che emana dall’ovile ove si ammassa il gregge. Una scintilla che, dalla brace nascosta, divampa e si rende fiamma, incendio...                                                                  

La storia d’Italia é storia sovente di eroismo e di coscienze e di rivolta di pochi, soli e felici, intenti e capaci di andare oltre e più avanti ancora.   


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Editoriale

 

Elezioni: il giorno dopo

di Adriano Tilgher

Diventa difficile comprendere, dopo questa ultima tornata elettorale, quali siano le posizioni in campo e soprattutto quali siano le differenze tra i vari partiti. Ancora una volta centro destra e centrosinistra hanno dimostrato di essere identici e di non voler in alcun modo differenziarsi. Anche i cosiddetti sovranisti, o populisti che dir si voglia, hanno dimostrato chiaramente quello che andiamo dicendo da tempo: non sanno cosa voglia dire essere dalla parte del popolo o propendere per il ritorno della sovranità al popolo.

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La Spina nel Fianco

 

Rien ne va plus

1986: Enrico Ruggieri partecipa al festival di San Remo con il brano "rien ne va plus" che otterrà il premio della critica, ne seguirà l'album "Difesa Francese" titolo mutuato dal gioco degli scacchi, (la difesa francese è una delle possibili sequenze di mosse iniziali). L'espressione rien ne va plus è costituita dalla parte finale della formula usata dai croupier per regolare i tempi delle puntate nel gioco della roulette (Faites vos jeux. Les jeux sont faits. Rien ne va plus «Fate i vostri giochi. I giochi sono fatti. Niente va più». Nella lingua italiana viene utilizzata in senso figurato per significare che quel che è stato è stato, che i giochi ormai sono fatti.

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