Banalarte

Dissacrare è bestemmia, un gesto a ombrello, il corpo in vendita, la vita capovolta ficcata nel sacco della morte. Così a dicembre mese di pruriti egocentrici valanghe di libri inutili riempiono scaffali, chi in Italia non ha scritto un libello alzi la mano, così le feste della magra tredicesima (se c’è) abbondano di eunuchi letterati, quasi un black friday della cultura stencil, feto già morto prima d’uscire nelle vetrine neonatali, spazzatura.

La povertà, quella vera, è oggetto della morale virtuale, due euro da rete mobile e il paradiso è assicurato, il business dell’anima alimenta chi gestisce quello della fame, W la caritas al cellulare.

L’arte sgomita sotto l’albero per acchiappare la sua grassa fetta facendo scoop natalizi da dissacrazione, mangia se stessa a mo’ del vecchio dimonio, è una banana fissata col nastro all’Art Basel di Miami Beach,  l’hungry artist David Datuna l’ha staccata dal muro della galleria Perrotin, l’ha sbucciata e gnam, gnam  se l’è mangiata, povero Maurizio Cattelan ha visto deglutire la sua Comedian, si consoli pensando all’ l’orinatoio  rovesciato  di M. Duchamp, Fontana,  firmato R. Mutt 1917 , finito nella spazzatura, archeologia Dada ma di costo certo maggiore di una bianca banana. Chissà dov’è finita la buccia, reliquia di una così grande opera d’artista? Certo che in pochi secondi Datuna s’è mangiato un frutto da 120.000 $!!! Ma il suo gesto dissacratorio ha avuto degna ricompensa, trecentomila i cyber affamati che hanno condiviso il ghiotto pasto dell’arte che si trasformerà in cacca magari da conservare in barattolo chiuso, sigillato, autenticato come la merda d’artista di P. Manzoni, nipote dell’Alessandro. Dice un vecchio detto: “non c’è bisogno di assaggiare la cacca per sapere che è cacca” idem per un’incolpevole banana fattasi Gioconda, ma la seconda non si può ripetere, è unica. l’altra si vende a caschi, hai voglia a gustarne attenti a non scivolare sulla sua fatidica buccia.

Chissà poi che l’idea dell’artista padovano non affondi le sue radici nei ricordi vaghi della Genesi quando il venir meno alla proibizione di mangiare dei frutti dell’albero del Bene e del Male ci costò

sorella morte corporale. Per secoli fu incolpata la sensuale mela, Michelangelo, secondo tradizione rabbinica, raffigurò Adamo a staccar fichi, Cattelan potrebbe aver scoperto che il pomo proibito era una banana simbolo di virilità fallica protetta.

“Lucariè, te piace ’o Presebbio?” chiedeva l’anziano padre al figlio sfaticato in Natale in casa Cupiello di E. De Filippo, “No” rispondeva Tommasino sordo alle lusinghe d’una camicia nuova di zecca con cravatta. Stessa domanda per il presepe del ghost Banksy a Betlemme (“Scar of Betlemme”, cicatrice di Betlemme) “che fa riflettere” (l’Avvenire), sullo sfondo della Sacra Famiglia  c’è un buco di guerra a forma di croce accompagnato, in basso, da graffiti di love& peace, icone della non violenza anni ’60, due simboli a confronto, Caino e la risposta di Abele in chiave bergogliana, costruire ponti anziché alzare muri come Israele lungo la striscia di Gaza. L’Innominato lo dice con Gesù che per gli arabi è solo il penultimo profeta e per gli ebrei un millantatore mentre i cristiani in Palestina sono in via di estinsione.

Ma si sa pure che a Natale ci si scioglie il cuore per gli ultimi (purché restino tali per farci sentir buoni) e gli homeless senza tetto dormono spesso sulle panchine con le loro buste gonfie di cianfrusaglie, mentre chiudono gli occhi sognano d’essere Babbo Natale trascinati in cielo dalle renne, un cinico stencil di Banksy finge sul muro il volo onirico del clochard Ryan da Birmingham, peccato che il barbone sia vero, vezzeggiato dai passanti che gli donano commossi cioccolato e un accendino!.

Così le immagini diventano virali sui social, si venderanno a caro prezzo entrando nei cataloghi dell’arte da consumare, prodotto effimero, volatile privo di lavoro che non sia l’idea accattivante,  dall’apparenza discontinua, libertaria dissacrazione di miti (l’Arte, Religione, Amore) ridotti a ingredienti del pensiero piatto visto che l’uomo d’oggi ha solo due dimensioni le stesse degli schermi, dei tablet, dei display.

Parafrasando un testo ironico di Lucio Dalla: “l’anno appena arrivato, tra un anno passerà”, il sistema ci inoculerà flebo di speranze nuove, puntualmente disilluse, sono i selfie di se stesso, val la pena resistere al canto delle web sirene, in pochi o in molti, non importa, bisogna! per approdare a Itaca senza toccar banane.


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Editoriale

 

Povera Italia!!!

di Adriano Tilgher

E’ triste constatare la sempre più grave situazione della politica in Italia, ormai bloccata da chi realmente gestisce la cosa pubblica e che purtroppo non è in Italia e, anzi, è contro l’Italia. Poi al contempo ci sono i vari gruppi di interesse e di pressione nazionali che, protetti dal potere finanziario apolide, tutelano i propri interessi di casta fregandosene se l’Italia affonda, l’Italia sparisce; non si rendono conto questi idioti che le prime vittime della prossima fine dell’Italia sono proprio loro con il loro potere da operetta che può essergli tolto così come gli è stato dato.

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La Spina nel Fianco

 

Ghino di Tacco

La Fratta, comune di Sinalunga, (Si) 1268 circa, nasce Ghino di Tacco, figlio del conte ghibellino Tacco di Ugolino, rampollo della nobile famiglia Cacciaconti ramo Guardavalle, insieme con il padre, sin dalla più giovane età si specializzò nel compiere furti e rapine, il motivo dell'attività di brigantaggio va ricercato probabilmente nella rendita, ovvero il prelievo della ricchezza terriera esercitato dalla Chiesa a favore dello Stato Pontificio. Il padre fu catturato nel 1285 ed insieme al fratello ed altri membri della banda, venne giustiziato nella Piazza del Campo di Siena, la sentenza fu emanata dal famoso giudice Benincasa da Laterina il quale, dopo qualche anno verrà nominato senatore presso la corte dello Stato Pontificio.

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