La sindrome di Mosè

Esistono molti gradi di avvicinamento alla Storia. C'è chi si avvicina per erudizione, chi per interessi personali legati al proprio passato familiare, chi ci si imbatte e ne fa la sua disciplina, la propria palestra della Ragione. Di solito tuttavia l'80 % di chi si avvicina e studia la Storia lo fa in senso propriamente strumentale. La Storia, per queste persone, che di solito intendono usarla come clava nel proprio ristretto o larghissimo agone politico, è una scienza ancillare. Serve per confermare, corroborare, difendere, attaccare, demolire, sostenere, dismettere tesi proprie ed altrui. Serve, è uno strumento, un sapere non diverso dalle competenze per costruire un fucile od una casa.

La Storia non è diversa dalla Musica. Il musicologo si eleva (o si vorrebbe elevare) sopra chi adopera la musica come formula per le emozioni. Lo storico soffre tremendamente, seppur accetta, questo uso disinvolto. Non può in fondo farne ragionevolmente a meno, pena soffrire solo ed inascoltato, come un artigiano che crea solo bellissime armi di legno in un mondo in guerra.
Tuttavia se la Storia è un Sistema di produttori, consumatori, clienti, organizzatori, ricercatori, catalogatori, venditori, e come in tutti i sistemi finisce che è l'Output finale a risalire la corrente della concordanza ed imporsi sulla fonte e sui suoi immediati interlocutori.

 Questa tendenza alla reificazione, alla sintesi strumentale, in parte travalica in parte affianca l'Einaudesimo culturale, vale a dire il libero scontro di visioni in un darwinismo narrativo che è implicitamente (ed implacabilmente) alla base della democrazia. Il canovaccio del gioco democratico (della demodinamica) è che il rispetto non salva dalla morte e dall'oblio. Il carro del vincitore spezza le ossa a tutti coloro che rimangono sotto, e la contingenza della vittoria non rende meno acuto la distruzione della narrazione altrui, o perlomeno il tentativo di farlo. In questo mondo democratico la storia complicata, che vela e non svela, non può aver posto: perché nel complicato statuito alberga la discussione puntuta, non la battaglia per l'egemonia politica. Il peggior avversario dello spin doctor non è il suo corrispettivo nel campo avverso, ma il filologo e lo storico che avrebbero come compito quello di diluire i sorrisi e le sicumere ricostruzionistiche. Espulsa dai bagagli necessari alla Politica, espulsa dai fondamenti condivisi, la centralità della Storia è pigiata nel politico minuscolo: non la gestione della Polis, ma la sua cattura manu militari (e cogitandi), per cui servono clave, mazze, fucili.

Finisce così che si affermi la sindrome di chi concepisce la Storia come strumento, la Sindrome di Mosè. Chi necessita di uno strumento raramente sa come è fatto, e raramente è disposto ad usare strumenti troppo complessi. Vuole armi affidabili, piedi di porco robusti. Il nostro vuole una Storia senza interpretazioni, senza ostacoli, con molte sicurezze e poche incertezze. Coltiva il culto del fatto, del riferimento. È arcisicuro che se qualcosa non è chiaro a tutti è solo perché manca QUEL documento risolutivo, quell'elemento. La Storia è una somma di fatti autoesplicativi ed autonormativi. Tavole della Legge. La sindrome di Mosè coglie tutti, indistintamente. Colpisce a mani piene a Destra ed a Sinistra. Sta nelle citazioni argute che non spiegano ma affermano. Sta nella granitica convinzione che se il Sistema storico non converge su un assunto, una opinione, ciò sia dovuto alla "Accademia" che non ha interesse ad esprimere. Sta in tutte le volte che diciamo "La storia la scrivono i vincitori".


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Editoriale

 

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