Dio Fisco

La parola sacrificium significava ab origine “render sacro” da sacer + facere, era l’offerta donata agli dei, mai gratuita, il rito di spoliazione da qualcosa o da qualcuno di vitale importanza per l’offerente, era posto nel cesto o ucciso sull’ara per conquistarsi la benevolenza divina, che fosse la singola persona o la comunità, era una privazione votiva da pagare in cambio di una grazia implorata,  un’alleanza tra l’uomo e Dio. Le Panatenee, la più imponente celebrazione religiosa dell’antica Atene, terminavano con un ‘ecatombe di buoi (chi dice 100) offerti alla dea vergine perché proteggesse la città-stato. Ad Abramo Jahvè chiese di sacrificare il suo unico figlio Isacco, poi il buon Dio, ritenuta superata la prova del primo comandamento, sul filo di lana, salvò quel giovane virgulto miracoloso e sull’altare ci finì un ariete.

Gli ateniesi non conoscevano, buon per loro, l’Agenzia delle Entrate, il prelievo fiscale ad personam era imposto solo in caso di guerra a difesa della polis patria, ma in tempo di pace l’erario cittadino si riempiva coi dazi del commercio, le tasse dovute dagli stranieri come (udite!) dalle prostitute cui sommare le donazioni liberali, le stesse che finanziavano feste e celebrazioni religiose.

Il fiscus o cassa di denaro appannaggio dell’imperatore comparve nell’ età del divo Augusto, distinto dall’erario pubblico aerarium saturnii istituito in età repubblicana privo in assoluto di due voci golosissime alle moderne entrate, le tasse sui beni posseduti (la patrimoniale) e l’imposta sulla persona fisica legata al reddito da lavoro, ritenuta dai romani un infamante marchio di schiavitù!

Con lo scorrere del tempo i sacrifici cruenti per catturare la filantropia divina si dissolsero, l’unico agnello immolato è il Cristo durante il rito della S. Messa, ma la Chiesa aveva comunque bisogno di  donazioni volontarie in cambio della salvezza delle anime offerenti (una dote per il Paradiso) ma anche di imporre gabelle e gabelline per mantenere il proprio apparato di potere e il prestigio teopolitico essendo regale rappresentante di due regni.

Così divenne d’uso giuridico una formula “Quod non capit Christus, capit Fiscus” (quel che non prende Cristo, lo prende il fisco), commento pop:“Quod non capit Christus, rapit Fiscus” non abbisogna di traduzione, era una formula in uso nel Rinascimento allorché la secolarizzazione già avanzava col passo dell’oca. Entrambe le mani morte, Chiesa e Principe, con studiate argomentazioni teologiche travasate nel diritto, richiedevano a fedeli e sudditi la dote, quella che l’Ecclesia doveva al suo sposo (Cristo) e il Re, per unzione divina, al suo rango (“date a Cesare quel che è di Cesare”), un doppio prelievo imposto dall’esegesi biblica, perciò perenne esattamente come la Chiesa stessa e l’autorità da Dio del monarca, al punto che la giurisprudenza poteva sentenziare: “Fiscus numquam moritur” (il fisco non muore mai”). Per di più giuristi prezzolati con alchimia interpretativa dotarono il fisco di ubiquità e onnipresenza, attributi di Dio trasferiti non ad una persona fisica ma a un debito d’imposta, era nato dio Fisco.

Col tempo la trasposizione della giustificazione teologica alla normativa tributaria delle istituzioni secolari ha sacralizzato il fisco, il vitello d’oro anzi non ha bisogno affatto di legittimazioni metafisiche, egli è il dio terreno degli Stati a lui si offrono sacrifici in moneta sonante e come ogni religione ha i propri cupi sacerdoti laici che officiano il suo tempio saturnino e nutrono l’ingordigia del dio. Il Fisco, lo sappiamo bene, ha richiesto sempre maggiori olocausti, ma non d’ eroi, né di sangue ma di oro, a dire il vero neppure quello, ormai il capere è digitale lasciando dovuta mancia a banche, CAF, intermediatori perché la casta e i suoi tentacoli s’ingozzino col contribuente. dio Fisco è on line, guarda dappertutto, incrocia dati, li analizza, cerca peccati mortali e veniali, si stropiccia le mani come Mefisto, vuole conoscere tutto di tutti, pare l’occhio nel triangolo massone, vertice della piramide dove si collocano i pochi eletti, gli iniziati al culto di Bafonetto.

E come un dio il Fisco giudica hic et nunc i propri servi, non post mortem, condannando i peccatori d’evasione all’inferno, tutti gli altri al Purgatorio se è vero che tutti già nasciamo battezzati da un debito di 35.000 €. Il Paradiso non esiste per i contribuenti, sono la platea degli schiavi che nell’antica Roma erano voce di bilancio. Beh a dire il vero nei Campi Elisi scorrazzano gaudenti gli usurai della finanza con la loro corte di ciambellani, voltagabbana, lecchini saltimbanchi difesi dalla legge e dal tintinnio delle manette e perché no anche dal confessionale, quando la religione serve, serve, occorre  demonizzare le coscienze sic Fiscus capit.

Nel tempio di Saturno, Roma antica conservava il fiscus dell’erario, un dio latinizzato custodiva il tesoro della Repubblica; nella Quinta del sordo, dimora madrilena di Francisco Goya, l’artista dipingeva a olio sui muri le pitture nere, tra queste spicca Saturno che divora i suoi figli, eh già il mito greco narrava che per paura di perdere un giorno il suo trono divino spodestato da uno di loro, li divorò, cannibalismo infanticida, sacrificium prolis, pare la metafora del dio Fisco.


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Editoriale

 

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