De Regimine Principum [40]: contributo dei martiri al dominio di Cristo

Per tali motivi Cristo nostro re permise che i prìncipi di questo mondo dominassero, sia mentre Egli era in vita, sia dopo la sua morte, fino a quando cioè il suo regno non fosse perfetto e ordinato nei suoi fedeli con opere virtuose e decorato del loro sangue.

Se infatti Marco Attilio Regolo, per lo zelo verso la patria si fece uccidere dai Cartaginesi; se Marco Curzio si buttò in un crepaccio della terra per liberare la patria; se Bruto e Torquato uccisero i figli per conservare la giustizia e la disciplina militare, come apprendiamo dalla storia, cosicché per il loro zelo il dominio di Roma, da piccolo che era, divenne grande; e se Seleuco, che regnava sui Locresi - come racconta Valerio Massimo nel sesto libro -  privò il figlio e se stesso di un occhio, per un adulterio che quegli aveva commesso, affinché fosse osservata la giustizia contro il delitto perpetrato dal figlio, spartendo mirabilmente in se stesso le funzioni di padre misericordioso e di giudice giusto; perché non dovrebbero essere lodati ancora di più i cristiani nell’esporsi a patimenti e torture per lo zelo della fede e per amore di Dio, e nello sforzo di far fiorire le varie virtù, per conseguire il regno eterno e per accrescere il dominio di Cristo coi loro meriti? Di queste cose tratta molto sottilmente e diffusamente Sant’Agostino quasi in tutta l’opera De civitate Dei, essendo lo scopo per cui scrisse questo libro.

Ebbene tutto ciò avvenne nel periodo compreso tra la Passione del Signore e il tempo di San Silvestro e Costantino. In questo periodo un’infinita moltitudine di fedeli si immolò e si unì con la morte al suo Signore Cristo, e seguì il suo principe e condottiero. E in primo luogo i primi capi, gli Apostoli e gli altri discepoli di Cristo, tutti i vicari di Cristo e successori di Pietro, per 350 anni, e sul loro sangue, sui loro corpi e sui meriti della loro vita fu fondata la Chiesa, come su pietre vive e preziose, e su fondamenta ineffabili, che né i venti, né la pioggia, né le tempeste dei più svariati tormenti o turbamenti possono abbattere.

Ma, al tempo opportuno, affinché si rivelasse al mondo come già costituito il regno di Cristo, la virtù del nostro principe Gesù Cristo mosse un principe del mondo, Costantino, colpendolo con la lebbra e guarendolo col miracolo al di là delle possibilità umane. Dopo codesta prova egli si piegò al potere del vicario di Cristo, cioè di San Silvestro, al quale era dovuto di diritto per le cause e le ragioni sopra esposte. Con tale sottomissione al regno spirituale di Cristo fu aggiunto il potere temporale, mentre quello spirituale rimaneva nel suo vigore; poiché il primo deve essere ricercato di per sé dai fedeli di Cristo, l’altro invece come secondario, solo in quanto serve al primo. Diversamente si opera contro l’intenzione di Cristo.

Allora si compì ciò che aggiunge Isaia alle parole già citate: «II suo impero crescerà, e la pace non avrà fine» (9, 7). Da allora infatti furono aperte le chiese, e Cristo cominciò ad essere predicato pubblicamente; cosa che prima non era possibile senza pericolo di morte. Nello stesso anno in cui Costantino fu guarito dalla lebbra e si convertì alla fede, furono battezzati nel territorio di Roma più di centomila uomini per i miracoli compiuti dal vicario di Cristo che abbiamo ricordato.

Qui però bisogna spiegare quello che dice il Profeta: « ...e la pace non avrà mai fine». È risaputo infatti che, dopo la morte di Costantino, suo figlio si lasciò contagiare dall’eresia ariana e portò turbamento nella Chiesa. Perciò durante il suo impero patirono l’esilio i grandi dottori della Chiesa Ilario di Poitiers, Atanasio vescovo di Alessandria, Eusebio di Vercelli e molti altri dottori e chierici delle varie chiese; anzi, il capo della Chiesa, il sommo Pontefice Liberio, vacillò nella verità della fede per la grande persecuzione di Costante, come sappiamo dalla storia. Dopo di lui ci fu Giuliano l’Apostata, fratello di Gallo e cugino di Costanzo. Questi intraprese una nuova persecuzione contro i fedeli, durante la quale furono martirizzati i fratelli Giovanni e Paolo. E allora, come può dirsi avverata la parola di Dio detta per bocca del Profeta, che abbiamo ricordato?

Ebbene è necessario riferire le suddette parole alla pace del cuore, e non a quella del corpo. Infatti il Signore stesso, quando offre la pace ai discepoli nel Vangelo di San Giovanni (Gv., 14, 27), si esprime in questi termini: «Vi do la mia pace. Io ve la do non come la dà il mondo». Ora è noto che quelle parole furono dette ai discepoli nell’imminenza della passione. Ed è anche risaputo che essi patirono la persecuzione. Cosicché in quella circostanza furono loro dette anche queste parole: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi».

Perciò si tratta di quella pace che gli eletti fedeli di Cristo non possono perdere, se essi non lo vogliono. Se gli Stoici poterono dire che i beni dell’uomo, ossia le sue virtù, rimangono sempre nell’uomo, e non possono essere rubate senza la volontà dei virtuosi, (...) perché non lo diremo ancora di più delle anime dei fedeli, che non vi sarà limite alla loro pace, aderendo esse al Fine che vive senza fine?

 

 

 


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