Ugo Spirito a quarant'anni dalla morte

Il 23 novembre si è tenuto ad Arezzo, sua città natale, un Convegno dedicato all’opera e al pensiero di Ugo Spirito, un filosofo che in una determinata area culturale viene ricordato esclusivamente per la sua militanza fascista e soprattutto per la tesi della corporazione proprietaria da lui affermata nel II Convegno di Studi corporativi di Ferrara del 1932 e che lui stesso definì “comunismo gerarchico”. Si tratta di una visione riduttiva di un pensatore che dagli anni Venti e fino alla morte è stato al centro della riflessione culturale italiana e lo è stato restando fedele – dal fascismo al comunismo – alla critica al capitalismo e alla concezione individualistica dell’uomo.

Se oggi è consegnato alla marginalità da parte di una cultura che, intrisa di provincialismo dal 1945 in poi, sembra capace solo di correre dietro alle più varie e diverse mode culturali straniere limitandosi a un’opera di traduzione, merita invece di essere recuperato in virtù di una serie di analisi e di vaticini sul futuro – ovvero il nostro presente – certamente utili per una riflessione consapevole di quali possano essere gli strumenti concettuali e le categorie politiche da utilizzare nel XXI secolo. Per questo si affronteranno una serie di tematiche che riguardano essenzialmente l’itinerario filosofico spiritiano del dopoguerra, tralasciando proprio la tesi della corporazione proprietaria che, del resto, il filosofo aveva utilizzato in chiave polemica e antisindacale e che non ebbe difficoltà a non utilizzare più non certo per le critiche ricevute, quanto per un’intrinseca logica del suo pensiero che non si reggeva di certo sulla nota tesi.

Non a caso, come è stato giustamente osservato, abbandonata la corporazione proprietaria non viene meno l’antisindacalismo che piuttosto si rafforza; a dimostrazione che il nucleo fondamentale della tesi di Spirito non era la corporazione proprietaria, quanto l’abolizione del sindacato inteso come ostacolo alla costruzione del corporativismo e come persistenza di un elemento antiscientifico e antimoderno in una realtà che doveva essere scientifica e produttivistica. Il sindacato, la burocrazia sarebbero stati elementi di freno sulla strada dell’effettiva modernizzazione dell’Italia; da qui anche l’avvicinarsi di Spirito al modello tedesco che lasciava all’azienda autonomia decisionale in merito agli aspetti di programmazione e contrattuali. Sono temi che rivedremo, parzialmente e diversamente intesi, anche nel dopoguerra e fino al 1979, anno conclusivo della vicenda terrena di Spirito.


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