De Regimine Principum [38]: Inizio e nascondimento della regalità di Cristo

Sorge ora la questione circa l’inizio di questo principato del Signore, poiché risulta che in seguito molti regnarono, Lui invece scelse una vita umile.

Per questo motivo nel Vangelo (Matteo, 8, 20) sta scritto: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli dell’aria hanno dei nidi; ma il Figliuolo dell’uomo non ha dove posare il capo». Ugualmente in Giovanni sta scritto che, per schivare il popolo, si nascose, perché la gente voleva prenderlo e farlo re. Ugualmente nello stesso Vangelo egli dice: «Il mio regno non è di questo mondo» (Giov., 18, 36).

La risposta al quesito è evidente: il principato di Cristo iniziò al momento stesso della sua nascita temporale. Ne abbiamo le prove nel ministero e nell’annuncio degli Angeli proclamato in quello stesso giorno. Perciò in Luca (2, 10) si legge che «l’angelo disse loro: io vi reco una grande gioia, poiché è nato per voi il Salvatore del mondo»; ugualmente l’adorazione dei Magi. Infatti in Matteo (2,1) sta scritto; «Nato Gesù in Bethlehem di Giuda al tempo del re Erode, alcuni Magi, venuti dall’Oriente, giunsero a Gerusalemme e chiesero: Dov’è il nato re dei Giudei? Perché noi abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo». In tutti questi atti risulta abbastanza evidente il suo principato e il tempo dell’inizio, peraltro profetato e preannunziato da Isaia con le parole riportate sopra.

Si deve poi notare che egli apparve dotato di virtù e di potenza, come era richiesto dalla grandezza del suo dominio, più durante l’infanzia che nell’età adulta, per suggerire che la sua debolezza era volontaria, non necessaria, dal momento che l’aveva assunta lui stesso: e che non ne usava se non in casi speciali, per due ragioni che fanno al caso nostro.

La prima ragione fu quella di insegnare ai prìncipi l’umiltà che rende graditi nell’esercizio del governo. Poiché l’umiltà attira la simpatia, secondo il detto: «La gloria andrà incontro all’umiltà» (Proverbi, 29, 23); ed ancora: «Con mansuetudine compi le tue opere, e, oltre il plauso degli uomini, n’avrai l’affetto» (Ecclesiastico, 3, 19); e nella Lettera di San Giacomo (4, 6) si legge: «Dio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili». Ma tanto più è necessaria al principe quanto più per l’eminenza della sua condizione può subire il morso dell’invidia che non tollera superiorità. Ciò considerando, il re Davide, replicando a Micol, all’altera figlia di Saul, che lo rimproverava di essersi spogliato in presenza delle sue ancelle per lodare Dio e onorare l’arca santa - che allora era considerata come la divinità -, rispose quello che leggiamo nel secondo Libro dei Re (6, 21-22); «Davanti al Signore, che elesse me piuttosto che tuo padre o qualsiasi altro della tua casa, e mi comandò di essere il duce del popolo del Signore in Israele, danzerò e mi renderò ancora più vile di quel che abbia fatto; e mi renderò abietto agli occhi miei».

Questa regola Cristo la volle osservare in se stesso, secondo la volontà di Dio Padre, preannunziata dal profeta Zaccaria, che l’evangelista San Matteo afferma essersi compiuta in Cristo: «Ecco il tuo re viene a te mansueto, cavalcando un’asina e un asinello» (Matteo, 21, 5). Perché, se si lodano i prìncipi del mondo per l’umiltà e la povertà, per cui sono graditi ai sudditi e il loro governo divenne prospero, come non lodare di più la perfetta umiltà di Cristo?

Infatti Valerio Massimo, nel secondo Libro, scrive di Codro, re di Atene (e ne parla anche Sant’Agostino nel De civitate Dei), che quando i Peloponnesiaci combattevano contro gli Ateniesi, avendo appreso da un oracolo di Apollo che avrebbe prevalso quell’esercito il cui comandante si fosse votato alla morte, per la salvezza del suo popolo, si espose ai nemici in umili sembianze, affinché lo uccidessero; ma, appena morto, i nemici furono volti in fuga. Perciò gli Ateniesi affermavano che egli era stato inserito tra gli dèi.

Il medesimo Sant’Agostino, nel libro già citato, e così pure Valerio Massimo, narrano di alcuni consoli romani, e particolarmente di Lucio Valerio, che morirono in così grande povertà, che gli amici furono costretti a fare una colletta di denaro per la loro sepoltura. Di ciò è grandemente lodato anche il console Fabrizio. Infatti, come narra il medesimo Valerio Massimo, e come scrive Vegezio nel quarto libro del De re militari, pur vivendo alla stregua di un povero, agli ambasciatori epiroti che gli offrivano una grande quantità di oro, nel rifiutarlo rispose: «Dite agli Epiroti che preferisco comandare su coloro che possiedono queste cose, piuttosto che possederle io stesso»[1].

Ma che insistiamo ancora? Tutti i grandi prìncipi e monarchi soggiogarono il mondo con l’umiltà, mentre persero il potere con l’alterigia della superbia, come si è accennato sopra. Perciò nell’Ecclesiastico (3, 20) sta Scritto: «Quanto più tu sei grande, (tanto più) umiliati in tutto, e al cospetto del Signore troverai grazia». Di più: se le virtù dell’umiltà e della benevolenza si possono lodare in qualsiasi principe, molto di più devono lodarsi nel Signore nostro Gesù Cristo, come colui che è costituito nel massimo grado di virtù.

Si può dunque concludere per il suddetto motivo, che l’umiltà e la povertà di Cristo furono conformi alla ragione, quantunque Egli fosse legittimo Signore.

 

 

[1] Citato nel testo ma non indicato né reperito.


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