De Regimine Principum [37]: la monarchica regalità di Cristo e la sua eccellenza

Questa quinta monarchia, che successe a quella dei romani, per la verità è superiore a tutte per tre motivi.

In primo luogo per il numero degli anni, perché è durata di più e ancor oggi dura, e durerà fino alla fine del mondo, come appare chiaramente dalla visione di Daniele, riferita in precedenza, e come ora chiariremo ancora di più.

In secondo luogo la sua eccellenza è manifesta dall’universalità del dominio, perché «per tutta la terra sì spande il loro suono, e sino ai confini del mondo le loro parole». Non c’è infatti alcun angolo del mondo, alcuna regione in cui il nome di Cristo non venga adorato. «Tutto ha posto (Iddio) sotto i piedi di lui», come dice San Paolo alla fine della prima Lettera ai Corinzi. Anche all’inizio del Libro del profeta Malachia viene descritto questo dominio: «Da dove sorge il sole fin dove tramonta, il mio nome è grande fra le genti; e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un’oblazione pura; perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti» (Malachia, 1, 11). Da queste parole appare abbastanza chiaramente che il potere di Cristo è ordinato alla salvezza dell’anima ed ai beni spirituali, come già apparirà chiaramente, per quanto non possa essere escluso dai beni temporali, nella misura in cui essi sono ordinati a quelli spirituali. Ecco perché Cristo, pur essendo adorato dai Magi e glorificato dagli Angeli in segno dell’universalità del suo dominio, tuttavia giacque in un luogo umile, avvolto in poveri panni: gli uomini, infatti, sono attirati alla virtù più per questa strada, che dalla forza delle armi. E a questo egli mirava, quantunque spesso usasse la sua potenza come vero Signore. Perciò egli visse nell’umiltà, e sopportò perfino che sotto Augusto si facesse un censimento di tutto il mondo in occasione della nascita del Signore, come testimonia l’Evangelista San Luca.

Durante questo censimento si pagavano le tasse, ossia i tributi, come insegna la storia, in riconoscimento della dovuta sudditanza, però non senza mistero, perché era nato colui che era il vero Signore e Monarca del mondo, di cui Augusto faceva solo le veci, sebbene senza saperlo, ma per volontà di Dio, cioè nel modo stesso in cui anche Caifa fu profeta. Così per una ispirazione divina il detto imperatore ordinò in quel tempo, come narra la storia, che nessuno del popolo romano lo chiamasse Signore. Dopo la nascita di Cristo, vero Signore, Augusto fece le sue veci per quattordici anni; perché, come computano gli Atti dei prìncipi romani, Cesare Augusto tenne il principato per cinquantasei anni e sei mesi. Anche Tiberio, che successe ad Augusto, deliberò - come narra la storia - che Cristo come vero Signore fosse trasferito tra gli dèi, anche se ne fu impedito dal superbo e altero senato, intollerante di ogni soggezione.

C’è poi un terzo motivo dal quale appare l’eccellenza della monarchia di Cristo sulle quattro precedenti, ed è la dignità del sovrano, poiché egli è insieme Dio e uomo. Per questo la natura umana in Cristo è resa partecipe di una virtù infinita, per cui ha una potenza e una virtù, superiore alla potenza e alla virtù dell’uomo. Questa è così descritta da Isaia in rapporto alla potenza temporale di Cristo, per la quale lo chiamiamo Monarca: «Ci è nato un pargolo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle, e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte. Padre del secolo venturo. Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine» (Isaia, 9, 6-7). In queste parole sono menzionate tutte le prerogative che si richiedono in un vero principe. Anzi egli trascende i limiti di tutti i dominatori, come sarà spiegato nel capitolo seguente, e come appare chiaramente a chi vi ponga attenzione. Dunque tale principato o dominio trascende, annulla e abbatte tutte le monarchie e signorie, perché tutti i regni gli sono soggetti; cosa che è annunciata per bocca del medesimo profeta: «Lo giuro per me stesso, dice il Signore: A me si piegherà ogni ginocchio» (Isaia, 45, 23). San Paolo nella Lettera ai Filippesi (2, 10) afferma: «Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, e degli esseri celesti e dei terrestri, e di quei sotto terra».

Parlando Daniele di questa monarchia, dopo aver spiegato a Nabucodonosor il significato della visione che aveva avuto in sogno, conclude: «E in quel tempo (cioè dopo le quattro monarchie degli Assiri, dei Persiani e dei Medi, dei Greci e dei Romani) il Dio dei cieli susciterà un regno che non sarà mai in eterno distrutto e il suo impero non sarà trasferito ad altro popolo; esso annienterà e farà sparire tutti cotesti regni ed esso durerà in eterno» (Daniele, 2, 44). La ragione della sua eternità è evidente: perché questo principato si congiunge all’eterno, essendone signore l’Uomo-Dio.

E così il cerchio si chiude, tornando al punto di partenza; perché, come sopra abbiamo dimostrato, ogni potere ha origine da Dio. Ora, nel suddetto dominio, percorsi i moti e le vicende umane, il principato termina come in una condizione immobile al dì là della quale non c’è movimento. Pertanto, dalle cose che abbiamo detto, bisogna concludere che questo dominio non può venir meno.


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