La "Capitale Morale"

Un tele-giornale gotico d’una rete Mediaset, in coda al notiziario spara il solito servizio contro Roma, evviva Milano coi suoi grattacieli venduti (la Torre Velasca) o progettati dagli americani (la Torre Libeskind), mentre la Città Eterna annaspa nelle sabbie mobili degli annosi problemi irrisolti nei quali il provinciale campanilismo celtico intinge spesso, troppo spesso autocompiacendosi dell’ormai  nostalgica definizione di Milano “Capitale morale” del Paese (mai Patria troppo démodé); questa matrigna vanitosa della propria bellezza si specchia togliendo persino l’oracolo al suo interlocutore: “son io la più bella del reame”.

Quella definizione risale al lontano 1881 dopo l’Esposizione Nazionale Industriale, grande prima  vetrina di un’Italia in marcia nel settore secondario dove la città ambrosiana stava giocando il ruolo di prua rompighiaccio della Nazione ma a dire il vero c’era anche Torino.

Quel “morale” usato dal filologo Ruggero Bonghi, napoletano, sul quotidiano La Perseveranza da lui diretto non aveva valore etico ma diremmo oggi virtuale, come a dire Roma è la Capitale del Regno d’Italia ma il vero motore della Nazione l’è Milan con le sue industrie d’avanguardia, la capacità di fare impresa, il lavoro nelle fabbriche, l’essere un’instancabile incubatrice del nuovo che nasce nel Paese” citando un’espressione di Renzo De Felice. Un nuovo non solo economico-culturale ma anche politico, a Milano nasce e muore in macelleria il fascismo, spunta la rosa del socialismo moderno di B. Craxi e nel ’94 un imprenditore brianzolo delle tv private vince le elezioni politiche contro l’armata rossa Occhetto, insediandosi a Palazzo Chigi. Eppure nel ’92 il pool milanese di Mani Pulite aveva azzerato quel “morale” decostruendo una classe dirigente e i suoi partiti, meno comunisti e missini usciti illesi dalle inchieste di Tangentopoli partite dal Pio Albergo Trivulzio. Allora la Capitale morale del Paese restò nuda spogliata dal sistema di corruzione politica che lucrava sul suo guardaroba luccicante. Come l’Araba Fenice però seppe rinascere mettendo al cocchio della diligenza l’uomo di Arcore, imprenditore illuminato, passato dalle palazzine alle commercial televisions, nuova frontiera di lavoro dopo il crollo progressivo del polo industriale di Sesto S. Giovanni (via la Falck, la Breda, la Pirelli, le Acciaierie Ferriere, ecc.), la Stalingrado meneghina fu spolpata da quella classe operaia che trovò il paradiso di Petri nella metamorfosi piccolo-borghese. Altri tempi quelli delle periferie estranianti di Mario Sironi.

E’ indubbio che la città del Moro ha una capacità genetica di rinnovare le cellule cibandole di fresco ossigeno, da regina dell’industria siderurgica ha saputo passare lo scettro alla farfalla dell’alta moda, al terziario avanzato, all’ hi-tech, alle biotecnologie restando polo della finanza internazionale grazie a un dinamismo imprenditoriale che la fa essere l’unica città europea del nostro Paese.

Sembra un pugile giovane, dal fisico scolpito che danza sul ring scaricando pugni a un avversario assai più vecchio (Roma) che l’osserva con disincanto chiudendosi la guardia e aspettando di sferrare un uppercut vincente senza troppo affanno.

Milano è il “barbaro” Salvini, l’Expo 2015, Dolce & Gabbana, Mediaset, le Olimpiadi invernali, la Borsa, la Bicocca, Brera, ecc. nell’eguaglianza velocità = progresso e cavalcando la sostenibilità, il suo new brand è il Bosco verticale di Boeri in luogo della Madunina ascesa in cielo. Milano è laica, progressista, lib – lab, una città gender secondo tempi ed occasioni, proiettata nel futuro che annusa e acchiappa sapendoci investire, Milano è il modernismo liquido anche in religione.

L’Eterna Urbe di Tibullo, a fronte, sembra stordita, vacilla sotto i colpi del liberismo brianzolo, annaspa nell’impossibilità del Buon Governo di A. Lorenzetti, il suo tessuto si impiglia in mille ganci, è una tartaruga per di più impedita d’avanzare, si richiude nel guscio aspettando tempi migliori, è la città simbolo del Panta rei di Eraclito, del tutto scorre. Ma, attenzione, ha ricevuto in dono dagli dei Eterna Bellezza, che ne fa una dea di “nobile semplicità e quieta grandezza” entrata nelle vene d’un giovane trevigiano, Antonio Canova, suo figlio adottivo del quale parleremo.

E citiamo pure i versi di John Keats dedicandoli noi a Roma “La bellezza è verità, la verità bellezza”, l’eterno di contro all’ibrido relativo, ode a un’urna che racchiude tesori fuori dal tempo.  

Comunque, senza provinciali baruffe da primato in questo deserto secco, s’io fossi milanese ma soprattutto patriota sarei fiero di mamma Roma a meno che l’agognata autonomia lombarda, stoppatasi l’8 di agosto, non sia il primo passo d’una neo Repubblica Cisalpina.


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Editoriale

 

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