De Regimine Principum [34]: differenze fra potere regale e principato dispotico - 1

Dobbiamo ora esaminare il potere regale, rilevando in esso varie distinzioni secondo le diverse regioni e secondo i vari autori che ne trattano.

Prima di tutto notiamo che nella Sacra Scrittura le leggi del dominio regale sono tramandate da Mosè nel Deuteronomio in un modo, e dal profeta Samuele, nel Libro dei Re, in un altro. Ambedue, però, in maniera diversa, sempre parlando in nome di Dio, ordinano il re al bene dei sudditi; e questo è proprio dei re, come insegna Aristotele nell’ottavo libro dell’Etica.

Si legge infatti nel Deuteronomio: «Quando il re sarà stato proclamato non accrescerà il numero dei suoi cavalli, né fidandosi dei suoi cavalieri ricondurrà il popolo in Egitto... Non avrà una moltitudine di mogli, che seducano il suo cuore, né eccessiva quantità d’argento e d’oro (come poi questo debba intendersi è stato detto prima in questo libro)... Scriverà per suo uso in un volume una copia di questa legge-, e la terrà presso di sé, e la leggerà tutti i giorni della sua vita, per impararvi a temere il Signore Dio tuo, ed a custodire i comandamenti e le osservanze prescritte nella sua legge» (Deut., 17, 16-19), e cioè affinché possa dirigere il popolo secondo la legge divina. Perciò anche il re Salomone al principio del suo regno chiese a Dio questa sapienza, per indirizzare il suo governo al bene dei sudditi, come è scritto nel terzo Libro dei Re. Aggiunge poi Mosè nel medesimo libro (Deut., 17, 20): «Non monti in superbia il suo cuore rispetto ai suoi fratelli, né pieghi verso destra o verso sinistra, acciocché regni lungamente sopra Israele, egli ed i suoi figlioli».

Invece nel primo Libro dei Re le leggi del regno sono dirette principalmente all’utilità del re, come abbiamo visto prima, nel secondo Libro di quest’opera (capitolo IX), dove sono scritte parole perfettamente adatte alla condizione servile; e tuttavia Samuele afferma che le leggi che ha enunziato, pur essendo interamente dispotiche, sono le leggi del regno.

Aristotele però nell’ottavo libro dell’Etica, concorda di più con le prime (ossia col Deuteronomio). Nello stesso libro, infatti, stabilisce tre princìpi riguardo al re, e cioè che è legittimo solo il re, il quale miri anzitutto al bene dei sudditi; secondo, che egli basti a se stesso, ossia che abbia una grande abbondanza di tutti i beni, affinché non abbia a gravare sui sudditi; terzo, che si preoccupi a che i sudditi agiscano bene, come un pastore fa col suo gregge.

Da tutte queste cose risulta chiaramente che sotto questo profilo il dominio dispotico differisce molto da quello regale, come afferma Aristotele nel primo libro della Politica. Risulta inoltre che il regno non è per il re, ma il re per il regno: poiché Dio dispose che i re reggano il regno e lo governino tutelando ciascuno nel proprio diritto; e questo è il fine del governo: perché se agiscono diversamente, curando il proprio vantaggio, non sono re, ma tiranni. Contro di essi il Signore nel libro di Ezechiele (34,24) dice: «Pastori sciagurati d’Israele, che pascevano se stessi: oh, non sono forse i greggi che dai pastori si fanno pascere? Voi vi nutrivate del latte e della lana vi eravate ricoperti, e le più pingui scannavate, e non pascevate il mio gregge. Non avete sostentato le inferme, né curato le ammalate, né fasciato le fratturate, né ricondotto le sbandate, né cercato le smarrite, ma avete spadroneggiato con rigore e prepotenza».

Con queste parole ci viene efficacemente insegnata la forma del buon governo, mentre si condanna il suo contrario.

Di più: un regno è costituito da uomini, come una casa lo è dalle pareti e il corpo umano dalle membra, come dice Aristotele nel terzo libro della Politica. Dunque il fine del re, affinché il governo sia prospero, è che gli uomini siano conservati ad opera sua. Ed è per questo che il bene comune di qualsiasi principato è una partecipazione della bontà divina; cosicché Aristotele nel primo libro dell’Etica[1] può dire che il bene comune è lo scopo cui mirano tutti i componenti, e che è un bene divino. Come Dio, infatti, - che è il Re dei re e il Signore dei dominanti, per virtù del quale i prìncipi governano, come è stato provato in precedenza -, ci regge e governa non per se stesso, ma per la nostra salvezza, cosi devono fare anche i re e gli altri dominanti della terra.

Dal momento però che nessuno si fa arruolare nell’esercito a proprie spese, ed esistendo per ciascuno un certo diritto di natura a trarre un guadagno dal proprio lavoro, come afferma San Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, ne deduciamo che ai prìncipi è lecito percepire tributi e censi annui dai loro sudditi. Perciò San Paolo, dopo aver detto ai Romani che ogni potere viene da Dio, infine li esorta a retribuire secondo il lavoro: «Per questo dovete pagare i tributi, perché quelli che sono addetti a questo compito sono funzionari di Dio». Anche Sant’Agostino, trattando lo stesso argomento nell’opuscolo De verbis Domini[2], prova la stessa cosa. Bisogna dunque concludere che il re legittimo deve reggere e governare secondo la forza inculcata nel Deuteronomio.

E questo ce lo insegnano anche gli esempi, perché a tutti quelli che agirono diversamente capitò del male.

E prima di tutto ai re di Roma, che per la superbia e la violenza che esercitavano furono cacciati dal regno, come Tarquinio il Superbo col figlio, secondo quello che racconta la storia. Ugualmente Achab e sua moglie Iesabel morirono di cattiva morte per la violenza che fecero a Naboth a causa della sua vigna, come è scritto nel quarto Libro dei Re. Qui è anche narrato che i cani leccarono il sangue dei loro cadaveri nella vigna suddetta, come segno della cattiva azione commessa contro Naboth.

Non così, invece, si comportò il re David, come narra il terzo Libro dei Re. Volendo infatti innalzare un altare per placare Dio grandemente offeso dal suo superbo censimento del popolo, comprò un’aia da Arauna il Gebuseo. Poiché questi l’offriva gratuitamente, il re la rifiutò e, come sta scritto nel Libro dei Paralipomeni, per l’aia suddetta David diede seicento sicli d’oro a peso giustissimo. Da questo apprendiamo che i prìncipi devono essere contenti delle loro rendite, e non possono gravare i propri sudditi sui beni e sulle cose, se non in due casi, e cioè, o a causa di un delitto, o per il bene comune del regno. Nel primo caso, infatti, il principe priva i suoi sudditi del feudo a causa dell’ingratitudine; negli altri per un motivo di quella giustizia, in vista della quale viene concesso il dominio, come abbiamo visto in precedenza, E nei Proverbi si legge che il trono del re è sostenuto dalla giustizia. Anzi, anche la legge divina comanda che i trasgressori dei comandamenti di Dio siano lapidati, o colpiti da varie pene.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Aristotele, Etica Nicomachea, libro I, 1, 1094a.

[2] Non è qui chiaro se San Tommaso si riferisce ad uno dei discorsi di Sant’Agostino in particolare, probabilmente soprannominato “De verbis Domini”, o ad un libricino a parte dove erano raccolti i sermoni dedicati alle parole (de verbis) del Signore Gesù. L’argomento in questione è infatti trattato da Sant’Agostino in molteplici occasioni, tante che sarebbe complicato raccoglierle tutte in questa sede.


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