Rimini e le bombe USA

Rimini, s’è scritto, è stata la città più bombardata in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, più esattamente dal 1 novembre del ’43 al 20 settembre del ’44 il giorno della sua ‘liberazione’.

Agli Alleati, amanti delle statistiche (dare e avere un computo cinico, usura), risulta oltre il 60 per cento di edifici distrutti, molti di quelli pericolanti poi abbattuti e soltanto un 10 per cento rimasti in piedi, fra cui la stazione – il vero obiettivo e unico a carattere strategico – e il Tempio Malatestiano, pur gravemente danneggiato, tanto caro al poeta Ezra Pound. (Uno dei due Cantos, scritti in italiano, racconta proprio di Rimini e di una giovanetta che, dopo aver subito stupro, portò su un campo minato una pattuglia di soldati canadesi saltando in aria con loro).

Indenne sopravvisse il ponte romano di Tiberio, nonostante fossero state applicate le cariche esplosive da genieri tedeschi per rallentare l’avanzata del nemico (in altra circostanza ho narrato d’aver conosciuto l’ufficiale tedesco, privo dell’avambraccio sinistro,  in vacanza sulla riviera romagnola che mi aveva confidato dell’episodio di cui era stato protagonista. In Stile Ribelle, poi, descrivo l’incontro – io sedicenne – con il camerata di Gambettola, località dell’entroterra, l’unico fascista dichiarato e dei due doberman a lui fedelissimi). Quel ponte che tuttora congiunge Rimini con l’altra riva del Marecchia, quasi a simboleggiare la forza tenace e imperitura di Roma della sua Tradizione sui destini effimeri del mondo moderno. Vi sono transitato più volte in bicicletta. Fotografie d’epoca, in bianco e nero, mostrano carri armati e vei-coli militari in marcia verso la linea Gotica.                                                                            

Durante la ‘campagna d’Italia’ (sic!) lo scrittore americano John Steinbeck narrava, fra altre vicende e cronache, dell’equipaggio di un bombardiere, sei giovani, pronti a sganciare il loro carico di morte, seri e preparati, coscienziosi, partendo dal campo di aviazione di Lecce con destinazione Rimini. Come fossero andati a fare una gita, un pic-nic, un andare e tornare fuori porta (appunto, una campagna!). Istruiti a credere come gli strumenti a bordo fossero talmente precisi da colpire solo obiettivi militari. La stazione, ad esempio, che rimase illesa; i ponti, che furono fatti saltare in aria dai tedeschi in ritirata... Insomma, guerra sì, ma ‘umanissima’. Come quelle successive: in Corea e nel Vietnam, in Iraq e in Afghanistan – sempre dalla parte dei buoni come nei film western contro gli odiosi e selvaggi pellerossa. Ne La locomotiva Francesco Guccini canta ‘gli eroi son tutti giovani e belli’ e le ‘giacche blu’ aitanti e dall’aspetto giulivo sono abili nel menare botte e schioppettate. Una garanzia. Per nostra fortuna qualcuno ha scritto Il male americano, dei reporter coraggiosi hanno fotografato le scene di villaggi in fiamme e bambini riversi in pozze di sangue e girato Balla coi lupi.                                                                        


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Editoriale

 

La cultura dell’odio

di Adriano Tilgher

Ieri e oggi ho incontrato, separatamente, due signore, una relativamente giovane, l’altra relativamente anziana ed entrambe hanno usato una frase priva di qualsiasi significato, ma che è diventata un ritornello sistematicamente ripetuto dai diffusori del pensiero unico globale: “Io sono contro la cultura dell’odio”.

In Italia hanno addirittura fatto una legge in tal senso. Ma cosa significa la cultura dell’odio? Chi è che coltiva l’odio? Ma soprattutto chi può sostenere che in vita sua non ha mai odiato?

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La Spina nel Fianco

 

Beat Generation

La settimana scorsa abbiamo parlato a margine del nostro articolo Helter Skelter della paranoia di Charles Manson riguardo alle simbologie Naziste, in articoli precedenti, della vicinanza della cosiddetta Beat Generation a scrittori come Ezra Pound, o ad esperienze artistiche come il futurismo, semplici note ai margini della storia, questo è evidente, ma si può parlare di una fascinazione della Beat Generation Statunitense ad un certo linguaggio e/o ad una certa simbologia ? Nel 1967 Jean-Louis Kerouac, meglio noto come Jack Kerouac, considerato uno dei maggiori e più importanti scrittori statunitensi del XX secolo, nonché padre del movimento "beat", che con i scritti esplicitò le idee di liberazione, ad un incontro presentò una sorta di programma politico culturale per la Beat Generation...

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