De Regimine Principum [31]: il dominatore che si insuperbisce viene abbattuto

Bisogna però parlare ancora dell’intervento della divina Provvidenza nel dominio.

Infatti talora accade che quando qualcuno assume il principato sia un uomo virtuoso e che per un certo periodo perseveri in questo stato. Ma taluni, dopo un poco di tempo, si insuperbiscono per il favore degli uomini e la prosperità delle cose attinenti al regno e diventano ingrati verso Dio per i benefici da Lui ricevuti.

Perciò Aristotele nel quinto libro dell’Etica dice che «il principato rivela l’uomo», come accadde per Saul del quale nel primo libro dei Re è scritto che «in tutta la tribù di Beniamino non c’era un uomo migliore di lui». Ma dopo due anni diventò disubbidiente a Dio; e per questo al profeta Samuele Dio disse di lui: «Fino a quando piangerai Saul, mentre Io l’ho rigettato perché non regni sopra Israele?» (I Re, 16, 1), quasi fosse stato rigettato per un’ineluttabile sentenza divina. Perciò alla fine questo re fu ucciso con i suoi figli, e tutta la sua discendenza fu allontanata dal potere. Cosicché nei Paralipomeni si afferma che Saul morì per le sue iniquità.

La stessa cosa, poi, avvenne per Salomone, che fu esaltato al di sopra di tutti i re che c’erano stati prima di lui, come è scritto nell’Ecclesiaste; e tutta la terra desiderava ascoltare la sapienza di Salomone. Ma, come dice Sant’Agostino: «II favore degli eventi fu dannoso a questo re; perché, caduto nella lussuria, precipitò nell’idolatria»[1]; per questo divenne abominevole agli occhi del popolo, tanto che i suoi servi gli si ribellarono rapinando le spoglie della sua regione e devastando la terra, senza trovare alcuna resistenza; mentre prima tutti obbedivano a un suo cenno, come aveva notato la regina di Saba, secondo quanto è scritto nel terzo libro dei Re. Spinto, all’inizio del suo regno, a grandi cose, per la riverenza che aveva mostrato verso Dio, alla fine cadde in basso a causa dei delitti che commise: «Poiché il peccato immiserisce i popoli» (Proverbi, 14, 34). Tuttavia gli Ebrei tramandano, come riferisce San Gerolamo nel suo commento all’Ecclesiaste, che alla fine della sua vita, angustiato da molte avversità, riconobbe il suo errore e si dispose a penitenza per i peccati commessi, e compose il libro che abbiamo nominato or ora, nel quale, come uno che l’ha sperimentato, afferma che tutte le cose sono soggette alla vanità, e si sottomette, per il timore di Dio, all’osservanza dei Suoi comandamenti. Perciò alla fine di questo libro (12, 13) conclude: «La fine di tutto il discorso ascoltiamola insieme: Temi Dio e osserva i Suoi comandamenti, perché tutto l’uomo sta qui».

Ma, oltre ai re adoratori del vero Dio, che dirò dei prìncipi dei gentili? Essi, finché furono grati a Dio e coltivarono la virtù, ebbero un florido dominio; ma quando per la superbia del potere ebbero un comportamento contrario, finirono la loro vita con una brutta morte, come accadde al suddetto Ciro imperatore dei Persiani. La storia infatti racconta che, avendo sottomesso l’Asia e la Persia, tentò di soggiogare gli Sciti, portando loro una lunga guerra, durante il regno della regina Tamari, che dominava sui Massageti; e prima di tutto combatté contro il figlio della regina, che era ancora un adolescente; lo sconfisse e lo uccise e, senza risparmiare alcuna età, fece una grande strage.

Poiché dunque fu crudele in Babilonia e nel regno di Lidia, trucidando con morte crudele in ambedue queste regioni re e prìncipi, e comportandosi allo stesso modo nel regno dei Massageti, Dio lo punì con uguale pena. Racconta infatti la storia che la regina Tamari radunò un esercito contro di lui - Sciti, Massageti e Parti - e fra i monti, per mezzo di insidie appositamente tramate, invase il suo accampamento: e lo prese così di sorpresa, con l’impeto degli armati, che duecentomila uomini di Ciro furono uccisi e lui stesso catturato; la regina, fattagli tagliare la testa, comandò che fosse rinchiusa in un otre pieno di sangue, e si gridasse contro di lui: «Hai avuto sete di sangue: bevi sangue!»; quasi che la morte ignominiosa subita fosse simbolo della sua atrocità.

Lo stesso accadde a tutti i monarchi che vennero dopo di lui, come in Grecia ad Alessandro Magno. Questi fino a che trattò i suoi Macedoni con reverenza, chiamando padri i soldati perché più anziani di lui, fece grandi progressi nella sua monarchia; ma, diventato ad essi sgradito, fu avvelenato dalla sorella. Questo accadde soprattutto perché, dopo avere sconfitto Dario, avendone presa la figlia in moglie, incominciò a trascurare le cose militari, invischiato nella lussuria, e, divenuto immemore di sé, terminò la vita con una morte dolorosa.

Così si può addurre l’esempio di molti altri prìncipi pagani, come Giulio Cesare e Annibale, che, per l’abuso che fecero del loro potere, furono uccisi crudelmente, affinché si avverassero per loro le parole dell’Ecclesiaste (8, 9): «Può talora capitare che un uomo domini sull’altro a suo proprio danno». E anche quella sentenza del Profeta Isaia che è valida riguardo a tutti i tiranni. Infatti, dopo aver mostrato che essi sono gli esecutori della giustizia divina contro i peccatori, quali carnefici dei loro dominanti, come si riscontra nelle parole che precedono (Isaia, 10, 5): «Assur verga del mio furore»; subito aggiunge: «Ma egli non ragionerà così e il suo cuore non penserà a questo modo (quasi egli agisse come strumento inconsapevole di Dio), anzi avrà in cuore di distruggere e di sterminare non poche nazioni. Infatti egli dirà: “I miei prìncipi non sono altrettanti re?”», attribuendo cioè questo alla propria virtù e non a Dio che lo muove per punire i trasgressori dei comandamenti divini. Ma subito il Signore rimprovera e punisce molto gravemente questa ingratitudine e presunzione dei tiranni, come risulta evidente nelle vicende dei prìncipi di cui abbiamo parlato prima. Perciò il Profeta nel medesimo luogo (Isaia, 15) aggiunge: «Come si glorierà la scure contro colui che con essa taglia? O si leverà la sega contro colui che l’ha fatta? Come se il bastone potesse alzarsi contro colui che lo sostiene; e alzandosi il bastone, esso non fosse pur sempre un legno».

Qui dobbiamo considerare la similitudine, poiché è molto giusta. Infatti la virtù di chi governa sta a Dio come la virtù del bastone sta a colui che colpisce e come la virtù della sega all’artigiano che la usa. Ora è chiaro che la virtù della sega o della scure nell’azione è nulla, se non c’è l’opera dell’artigiano che la muove e la dirige: così è anche della virtù di chi esercita il dominio, la quale è nulla senza Dio che la muove e la dirige. È dunque cosa stolta e presuntuosa gloriarsi della propria virtù.

Tale ragionamento è abbastanza chiaro e può essere dedotto dalle parole di Aristotele che abbiamo riportato prima. E poiché la virtù di qualsiasi motore mosso dipende dalla virtù del primo motore, questo sarà anche suo strumento. Perciò questa vanagloria dispiace a Dio, perché pretende limitare la potenza divina. Perciò in Giuditta sta scritto che «Dio umilia coloro che si gloriano della propria virtù»; e il già citato profeta Isaia afferma: «Per questo il dominatore, il Signore degli eserciti, manderà nelle sue impinguate carni l’estenuazione, e sotto la sua gloria si accenderà un incendio, come un incendio di fuoco». E in questo è simboleggiata, sia la pena sensibile che viene inflitta a tali tiranni, sia la perdita del regno, come risulta evidente dagli esempi precedenti. Resta dunque che ogni potere, sia esso legittimo o tirannico, viene da Dio, secondo le diverse vie della Sua imperscrutabile Provvidenza.

 

 

[1] Sant’Agostino di Ippona, De Civitate Dei, XVII.


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