De Regimine Principum [29]: i Romani meritarono il dominio per la loro benevolenza civile

La terza virtù, per la quale i Romani sottomisero il mondo e meritarono l’impero fu la singolare pietà e la benevolenza civile; poiché, come dice Valerio Massimo nel quinto libro, «la dolcezza dell’affabilità penetra nell’animo dei barbari»[1]; e questo è provato dall’esperienza.

Perciò nel libro dell’Ecclesiastico (6,5) sta scritto che «la parola soave moltiplica gli amici e placa i nemici». Sempre la Scrittura dice: «Una risposta dolce calma l’ira e una parola aspra desta la collera» (Proverbi, 15,1). E la ragione di questo si desume dalla generosità dell’animo «il quale - dice Seneca - è piuttosto condotto che non trascinato. La mente infatti ha qualcosa di eccelso e di alto che non tollera ciò che le è superiore, ma è sottomessa dal piacere di una certa reverenza o dolcezza, per mezzo della quale immagina di poter conseguire ciò che le è pari e di non discendere dalla propria altezza»[2]. Perciò anche Aristotele nel settimo libro dell’Etica dice che «la benevolenza è il principio dell’amicizia»[3]. Quanto poi gli antichi Romani siano stati eccellenti in questa virtù, con cui trassero all’amore verso di sé i popoli stranieri e ottennero il loro spontaneo assoggettamento, ce lo mostreranno i loro esempi.

E prima di tutto l’esempio di Scipione il quale, come racconta Valerio Massimo nel quarto libro, trovandosi in Spagna come comandante dell’esercito romano contro la gente di Annibale, a ventiquattro anni, avendo colà sottomesso Cartagena fondata dai Fenici, prese in essa una vergine di eccezionale bellezza; ma appena venne a sapere che essa era di nobile famiglia e promessa sposa, la restituì inviolata ai genitori e aggiunse alla sua dote l’oro che gli era stato consegnato per il suo riscatto.

Con questo comportamento spinse all’amore per i Romani i nemici stessi ammirati dalla tanto casta morigeratezza di questo condottiero; poiché, mentre egli, come lo stesso autore racconta, da giovane fu piuttosto dissoluto, trovandosi in una situazione di così grande libertà e potere, sì conservò immune da ogni colpa. Perciò Tito Livio, nel suo racconto della guerra punica, narra che Scipione parlò allo sposo della vergine e in quel discorso mostrò una pudicizia degna d’imitazione da parte dei prìncipi e meritevole del comando. Sempre riguardo a lui lo stesso Livio scrive che in quella vittoria ebbe un comportamento invitante alla benevolenza. Infatti, nell’inviare a Roma gli ostaggi, prima li esortò tutti a stare di buon animo, dal momento che erano caduti in mano dei Romani, «che preferiscono legare a sé gli uomini col beneficio piuttosto che col timore, ed avere unite a sé le genti straniere con la fedeltà e l’amicizia, piuttosto che tenerle sottomesse con un’infelice schiavitù».

A questo proposito anche Sant’Agostino nel primo libro del De civitate Dei dice che fu proprio dei Romani «perdonare ai sottomessi e debellare i superbi»; e che, se avevano ricevuto un’ingiuria, preferivano perdonare piuttosto che vendicarsi. Il medesimo Dottore nello stesso libro racconta anche dì Marco Marcello che sparse le lacrime davanti alle rovine di Siracusa che aveva espugnato; ed ebbe una così grande pudicizia e continenza d’animo e un cuore così buono che, prima di ordinare l’assalto della città, stabilì con pubblico editto che nessuno osasse violare il corpo di un uomo libero.

Ma a che pro insistere con altri esempi? Quando anche i Maccabei, cioè Giuda, Gionata e Simone, della stirpe dei Giudei, che erano soliti disprezzare l’alleanza di altre nazioni - sia perché, come dice Macrobio nel commento al Somnium Scipionis, erano saturnini, sia perché le leggi loro lo impedivano - considerata la benevolenza dei Romani, stabilirono con essi un’alleanza, come è scritto nel primo libro dei Maccabei; e in questo libro, tra le altre cose elogiative su di essi, per cui attiravano genti e popoli diversi alla propria alleanza e alla sottomissione politica o dispotica, si sottolinea in breve che dei capi romani «nessuno portava il diadema né si vestiva di porpora per grandeggiare in essa. Inoltre essi hanno costituito una curia e ogni giorno vi tengono consiglio in trecentoventi per il bene del popolo. E ogni anno affidano a un solo uomo la loro magistratura suprema per comandare su tutto il loro territorio, e tutti gli obbediscono, e non c’è tra loro invidia e rivalità»[4]. Qui si deve osservare come era ben ordinato a quell’epoca il governo in Roma: era questo il motivo principale per cui ogni nazione e provincia desiderava di essere governata dai Romani e di sottomettersi ad essi.

C’era però anche un altro motivo che induceva ad assoggettarsi a loro: essi non si facevano chiamare, per cupidigia di potere, signori, ma alleati e amici. Svetonio ricorda che Giulio Cesare non chiamava suoi dipendenti i soldati, ma compagni e commilitoni. Alla stessa maniera si comportavano pure gli antichi Consoli verso i Giudei, i quali, pur avendo un modesto dominio in Oriente, si allearono con i Romani con un patto di amicizia. E, pur avendo i Romani un grande impero in Oriente e in Occidente, e nelle altre parti del mondo, come risulta chiaramente dal primo libro dei Maccabei, di cui abbiamo parlato prima, non sdegnarono di allearsi con i Giudei e, con un pubblico editto, riconoscersi reciprocamente alla pari.

Dalle cose che abbiamo detto risulta chiaro, quindi, che gli antichi Romani meritarono l’impero per la loro virtù; perciò anche altre nazioni si sottomisero al loro dominio, sia per il loro amor di patria, per la quale disprezzavano ogni altra cosa; sia per il loro attaccamento alla giustizia, per la quale si opponevano ad ogni malfattore e perturbatore della pace; sia per la loro benevolenza civile, con la quale traevano le altre nazioni al loro amore. Per tutte queste cose insieme sembra che la divina bontà abbia loro concesso l’impero, per i motivi e le ragioni che abbiamo addotto. Così infatti si merita il potere, come insegna Aristotele nel quinto libro dell’Etica, poiché, com’egli dice, non ci si lascia dominare da un uomo in cui sia soltanto la natura umana, ma da uno che sia perfetto secondo ragione, ossia nel modo che abbiamo descritto.

 

[1] Citato nel testo ma non indicato né reperito.

[2] Citato nel testo ma non indicato né reperito.

[3] Aristotele, Etica Nicomachea, libro VII, 5, 1167a, 35.

[4] Macrobio, Commento al sonno di Scipione, libro I, 3, 14.

 


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