La Repubblica di Sbarre

La Francia Pompadour macro-gnomica, mette il mascara alla grandeur sbiadita dalla rivolta dei gilet gialli con l’omino volante Franky Zapata svolazzante sur les  Champs Elysees. En marche enfants de la patrie! E’ la memoria della Bastiglia, la presa cade il 14 luglio 1789, orgoglio (sic!) sanguinario della scristianizzazione d’Occidente.

Stessa data, il 14 luglio ma del 1970, scoppiavano i moti di Reggio Calabria, la punta dello stivale tirava calci alla scellerata politica demo-socialista di appuntare la coccarda di capoluogo di Regione a Catanzaro; in cambio dell’onore violato il Governo metteva sul piatto il “pacchetto Colombo”, un impianto siderurgico a Gioia Tauro e la Liquichimica Saline ioniche, due flop o peggio due inganni.

Adriano Tilgher ha dedicato ampio, documentato spazio ne La mia Avanguardia alla sollevazione popolare, insisto po-po-la-re, dei reggini in quell’estate di barricate, scontri, feriti, morti, arresti con l’intervento straordinario dei blindati dell’esercito a soffocare una rivoluzione unitaria contro il sistema perché ad accendere la miccia c’erano tutti infrangendo gli steccati dei partiti.

Non furono le cinque giornate meneghine, la rivolta reggina, come un incendio, non fu domata dalle manganellate, ma, simile a un grande incendio riappicciava i focolai, giù botte e resistenza alla violenza politico- militare d’ uno Stato estraneo, chirurgico ad asportare le tracce dei fatti dai media, usando persino la trimurti sindacale per violentare quell’ insurrezione che puzzava, a loro dire, di fascismo, stessa tesi dell’agenzia sovietica TASS!

Di quei fatti non v’è capitolo nei testi paludati delle scuole, oltre il pensiero unico vige anche la memoria unica tanto cara ai professori in livrea, quella che cancella ogni impronta di manifesta ribellione agli equilibri usurai dei padroni del castello in calzamaglie bianche, rosse o fucsia.

Nella guerriglia urbana di quei mesi, gli insorti conquistarono quartieri, barricati a oltranza, contro la repressione dello Stato, chissà perché a destra s’ inneggia sempre alle forze dell’ordine, ai “famelici celerini”, bah! Nella Beirut calabrese l’asticella della rivoluzione contro il governo centrale s’ alzò nei quartieri popolari di Sbarre e S. Caterina, a tal punto che il primo proclamò la scissione dall’Italia eleggendosi a Repubblica indipendente. Il volantino diffuso, intestato a La Repubblica di Sbarre Centrali nella premessa dice: “Preso atto che il gruppo parlamentare socialista ha definito la rivolta di Reggio Cal. una vendetta di “teppisti”, fomentata da gruppi eversivi ben organizzati: DICHIARA che i dimostranti (?) hanno sparato allorquando 15 celerini bastonavano a sangue un giovane, estraneo, in un momento di carica, nel valoroso Rione S. Caterina […]. La Rivolta di Reggio affonda le sue radici in una miseria che non ha pari nella storia dell’uomo. La Repubblica di Sbarre Centr. per Reggio capoluogo FA PRESENTE che 12.000 uomini fra Carabinieri e celerini sono la prova che il Ministero dell’Interno intende soffocare nel sangue il diritto divino di un’intera provincia […].

GLORIOSA REPUBBLICA DI SBARRE CENTRALI, FIGLI, EROI (16/10/70)

Ore 7.30 la situazione si aggrava per i seguenti fatti: la Repubblica è invasa dalle […] seguenti forze dell’ordine (segue l’elenco dettagliato di uomini, mezzi ed armamenti). Sono state sparate oltre 200 bombe lacrimogene; le TESTUGGINI avanzano con le BOMBE a mano pronte per l’uso; TUTTO QUESTO SCHIERAMENTO DI FORZE ERA OPPOSTO AD UN GLORIOSO COMMANDO DELLA REPUBBLICA PER REGGIO CAPOLUOGO COMPOSTO DA 11 RAGAZZI E QUATTRO DONNE!

(la celere spara 6 colpi di pistola…!!!)

E’ forse questo che il Presidente del Consiglio nella sua relazioncina al Parlamento ha inteso dire?

SBARRE SEI L’UNICA E RESTI NELLA STORIA: NON MOLLARE, I TUOI MORTI SI RIVOLTEREBBERO NELLA TOMBA.

W Reggio Capoluogo

All’alba del 23 febbraio del 1971 gli M113 con tremila uomini tra agenti e carabinieri espugneranno la gloriosa Repubblica di Sbarre Centrali. La rivolta di Reggio scemava ma non la sua memoria, Lazzaro purtroppo tornava a chiedere briciole di pane e lavoro in ginocchio alla tavola imbandita dei maiali di Orwell, il loro ordine tornava a regnare sovrano, in fondo lo stesso ordine dei piemontesi.


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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