De Regimine Principum [20]: il principato dispotico, quando si identifica col regale

A questo punto bisogna avvertire che si chiama principato dispotico quello basato sul rapporto padrone-servo, da dèspota che è termine greco. Perciò alcuni signori di quelle regioni sono ancora oggi chiamati despoti: questo tipo di principato lo possiamo ricondurre a quello regale, come emerge dalla sacra Scrittura.

Allora sorge una questione, perché il Filosofo nel primo libro della Politica oppone il regime regale al dispotico. Questo però sarà chiarito nel prossimo libro[1] dove si definirà la materia: per ora basti provare ciò che diciamo per mezzo della divina Scrittura. Infatti attraverso il profeta Samuele vennero date al popolo d’Israele leggi per il futuro regno, che implicano servitù. Avendo essi chiesto un re a Samuele, ormai cadente per l’età, anche per il fatto che i suoi figli non dominavano con giustizia secondo il regime politico, come altri giudici di questo popolo avevano fatto, consultato, il Signore rispose: «Ascolta la voce del popolo in ciò che ti domanda. Opponiti ad essi e predici loro il diritto del re. Prenderà i vostri figli e li porterà sui suoi carri, e li farà aurighi e cavalieri per sé, e araldi per le sue quadrighe; e li porrà come aratori nei suoi campi, e come mietitori delle sue biade, e come fabbri delle sue armi; farà delle vostre figlie delle fochiste, delle produttrici di unguenti e di pane», ed elenca altre condizioni tipiche della servitù, ricordate nel primo libro dei Re; come per dimostrare che il regime politico, ossia quello dei giudici, come era stato anche il suo, era più fruttuoso per il popolo. Noi invece nel capitolo precedente abbiamo dimostrato il contrario.

Per chiarire questo dubbio bisogna sapere che il regime politico è migliore di quello regale da due punti di vista. Prima di tutto se li confrontiamo con lo stato integro della natura umana che si chiama stato di innocenza; in esso non ci sarebbe stato un regime regale, bensì un regime politico, perché allora non sarebbe esistito un potere implicante servitù, ma solo preminenza e sottomissione nell’ordinare e nel governare la moltitudine secondo i meriti di ciascuno; cosicché nel guidare e nell’ubbidire ciascuno sarebbe stato disposto secondo la convenienza della sua natura. Perciò presso uomini sapienti e virtuosi, come furono gli antichi Romani, avvicinandosi essi per imitazione a tale condizione di innocenza, il regime politico può essere migliore.

Ma poiché «i cattivi difficilmente si correggono e il numero degli stolti è infinito», come dice l’Ecclesiaste (1, 15), ora che la natura è corrotta, il regime regale è più fruttuoso, perché bisogna frenare la natura umana, disposta in modo da tendere quasi alla sua dissoluzione.

È quanto è chiamato a compiere la maestà del re. Perciò nei Proverbi (XX, 8) sta scritto: «II re che siede sul trono del giudizio dissipa ogni male col suo sguardo». Dunque la verga della disciplina, che tutti temono, e il rigore della giustizia sono necessari nel governo del mondo, poiché con questi mezzi si governa meglio il popolo e la massa ignorante. Ecco perché l’Apostolo (Rom. XIII, 4) parlando dei reggitori del mondo dice, che «non senza ragione porta la spada... vindice nell’ira contro chi fa il male». Aristotele nell’Etica insegna che «le pene che sanzionano le leggi sono in un certo qual modo delle medicine»[2]. Dunque sotto questo aspetto il dominio regale è superiore.

Inoltre anche la posizione della terra, in rapporto all’influenza delle stelle, differenzia le varie regioni, come è stato detto sopra: perciò vediamo che talune province sono più adatte alla servitù, altre alla libertà. Perciò Giulio, Celso ed Ammonio, che descrivono le gesta dei Franchi e dei Germani, attribuiscono loro costumi e comportamenti che ancor oggi permangono. Anche i cittadini romani, poi, per un certo periodo vissero sotto i re, cioè da Romolo fino a Tarquinio il superbo; e questo periodo durò 264 anni, come dicono le storie. Ugualmente anche gli Ateniesi, dopo la morte del re Codro vissero sotto il governo di magistrati, perché erano posti nella medesima zona climatica. Infatti, considerando che questa regione, per le cause che abbiamo già esposto, sarebbe stata più adatta al regime politico, la ressero fino ai tempi di Giulio Cesare consoli, dittatori e tribuni: periodo che durò 444 anni. E in questo tempo, come è stato detto prima, lo Stato ricavò molti vantaggi da questo tipo di regime. Dunque è evidente in che senso noi da un lato anteponiamo la politica al regno, e dall’altro preferiamo il dominio regale alla politia.

 

[1] Il successivo libro del De Regimine Principum di San Tommaso nella versione integrale originale, non del presente.

[2] Aristotele, Etica Nicomachea, V, 20.


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Editoriale

 

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