Exemplis Vitae: Ruhollah Khomeini

3 Gugno 1989, moriva a Teheran il simbolo di una generazione, di un popolo, di una rivoluzione. Si spegneva e andava avanti l’Ayatollah Khomeini, la Guida suprema dell’Iran rivoluzionario, il leader politico e spirituale di quel popolo che audace gli si strinse attorno, in difesa della propria tradizione e della propria cultura dalle lusinghe di una modernità liquida.

Khomeini è stato senza dubbio una figura straordinaria, politico, rivoluzionario, pensatore, esempio. Quindici anni di esilio, chiuso in sé stesso, autodisciplinatosi in nome di Dio e della sua Rivoluzione, egli tornò in Iran dopo la fuga dello Scià Reza Pahlavi - pedina occidentale e distruttore sia del tessuto sociale che di quello culturale del popolo iraniano – instaurando la Repubblica Islamica dell’Iran, e letteralmente salvando il Paese dalla “colonizzazione” occidentale.

Da poco rientrato in patria, alle 9,30 del primo febbraio del 1979, su un Boeing 747 dell'Air France, e certo di un gigantesco appoggio popolare, con poche parole dava un impulso alla storia dei Paesi islamici degli ultimi 50 anni. L'indipendenza e il benessere futuro non erano più da ricercarsi nell'imitazione del modello occidentale, la risposta non era in alcun caso l’Occidente. Né in quello marxista, né in quello capitalista che aveva perseguito lo Scià. Dopo il fallimento dell'autocrazia di Pahlavi - l'Iran era un Paese socialmente molto squilibrato - gli ulema iraniani, forti di una lunghissima tradizione di autonomia e di potere, riportavano invece indietro l'orologio della storia, innescando una Rivoluzione conservatrice senza eguali. Il punto di riferimento tornava ad essere la società musulmana delle origini, la Umma.

La Rivoluzione Islamica prese quindi le sembianze di una vera e propria re-evolutio, ovvero da intendersi come ritorno ad una dimensione tradizionale e ancestrale, ripulita da qualsiasi influenza esterna, ristabilì la giusta connessione tra ordine fisico e dimensione sacrale, non solo, quella Islamica fu una rivoluzione autenticamente iraniana, nel senso antropologico del termine. Khomeini infatti, in questo e in molte altre cose non diverso da Heidegger, capì che qualsiasi tipo di riflessione sull’Essere nasce dal rapporto dell’uomo tra spazio e tempo, il “dasein“ ricorre e ci fa intuire che il “ci” di quell’ “esser-ci” è spazialità e temporalità, anima e intelletto, le radici come fondamento dell’essere umano. Essere significa pensare, ma ogni popolo pensa in maniera diversa, proprio perché esiste in maniera diversa, affronta le relazioni storiche, sociali in maniera diversa, si pone problemi diversi - in termini collettivi di popolo/ethnos – ne consegue che non esiste un unico modello di pensiero, o un unico modello filosofico, e questo è sempre collegato alla cultura di un popolo intrinsecamente etnocentrica. Per cui l’inautenticità si esprime nella perdita della propria identità dovuta all’imposizione di modelli filosofici estranei. Ed ecco quindi il senso della “intossicazione” da Occidente di cui Khomeini ha provveduto a disfarsi.

Una rivoluzione però non solo spirituale e morale, ma anche politica e sociale; elementi che fanno di Khomeini un gigante della Storia, un uomo di sintesi capace di calarsi in fondo alle necessità del corpo e dell’anima del suo popolo, e di costruire una sintesi politica, spirituale e morale più che mai edificante, che ancora oggi, al netto dei profondi cambiamenti, riesce a tenere la schiena dritta. Una rivoluzione che ha saputo coniugare pretestuosamente le istanze della Tradizione con quelle di una sociali, dando vita ad una nuova era della civiltà iraniana, costruendo una Nazione che riesce ad essere allo stesso tempo tradizionale e contemporanea, ma lontana dalla modernità.

Per questo e per la risolutezza, per la dedizione, per il sacrificio, Khomeini merita di essere annoverato tra gli esempi da seguire, perlomeno nei presupposti e al netto delle distanze culturali, per l’affermazione di un pensiero che veramente sia forte e rivoluzionario.


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