Il dominio del numero

Non si può donare ciò che non si ha. Come possiamo allora credere di essere portatori di libertà se viviamo da schiavi? La rincorsa alle Elezioni europee appena svoltesi, ha agitato una tempesta di scandali, provocazioni, proteste cavalcate ad hoc dai vari mezzi d’informazione. E a urne chiuse il vortice non si è attenuato, ma ha incalzato ancora, vibrante di analisi, commenti, minacce e ancora sottolineature e poi accuse, sferzando l’aria gentile di questo maggio “autunnale”.

La tempesta solleva la polvere in alto, là dove non riuscirebbe a salire da sola; e la polvere schiaffeggia la carne, confonde lo sguardo. Si perdono i riferimenti, gli occhi non vedono bene. Ma noi viviamo costantemente nella tempesta, in questo perenne sollevarsi di fatti, informazioni, commenti che ci tirano là dove non vorremmo andare. Crediamo - sì certo che lo crediamo - di guidare i nostri passi, ma siamo invece sospinti da altre forze.

Alcuni cercano, è vero, di afferrare la polvere nel pugno, fermare l’attimo in un’analisi che ridoni un senso profondo al tempo presente, trasformare il fatto in pensiero. Eppure è proprio la nostra esperienza del tempo, la sua connotazione di valore a non farci uscire dal vortice. Viviamo nel dominio dell’informazione, incapaci di elevarci al regno della conoscenza. Il tempo ci appare come una corda lineare tesa tra due estremi indefiniti, uno dietro e l’altro davanti a noi. Esso diviene perciò inseguimento di un futuro che è solo un “non ancora presente”, e malcelato disprezzo del “presente appena passato”. I demoni stanno tutti alle nostre spalle! Sul piano sempre più inclinato, i pesi acquistano velocità, in un’accelerazione che anticipa lo schianto imminente.

Perduto il contatto con il principio qualitativo del tempo e quindi col Mito e il Rito, all’esperienza interiore, si sostituisce l’analisi fenomenica, la misurazione e dunque il dominio. Ritornare invece al Tempo qualitativo, espresso dalla Dottrina dei Cicli che si ripetono come spirali rotanti attorno al Centro immobile, preserva dalla disperazione nichilista del tempo lineare e quantitativo in cui i giorni e gli anni sbiadiscono di senso, mentre vi è un tempo per ogni cosa, e ogni tempo ha la sua precipua qualità.

Non è sufficiente lanciare strali al consumismo per il quale tutto accumuliamo, con la stessa fretta con cui tutto gettiamo via, mutilando il valore stesso della memoria; o anche agli infiniti “desideri libertini” che sprofondano la persona allo stesso livello delle cose, con il solo ego a sghignazzare trionfante sul cadavere della personalità. C’è invero molto di più.

Elenchiamo, misuriamo, soppesiamo ogni cosa e questo è il nostro unico filtro di “conoscenza” della realtà. Così ci illudiamo che il numero divenga manifestazione dell’essenza, ma esso sta invece sempre dalla parte della materia. «Anche se l’analisi chimica ci ha rivelato che l’acqua è composta da due parti di idrogeno e una di ossigeno, non ne abbiamo appreso nulla di più sull’essenza dell’elemento acqua», scrive Titus Burckhardt.

Contiamo i titoli e le qualifiche professionali, i lavori e le esperienze accumulate, lingue parlate, fino al banale numero di relazioni o “giuste conoscenze”, profondamente convinti che tutto questo ci mostri il valore di una persona, la sua specifica qualità. Il molto ci conquista, subdolamente. E incominciamo la corsa, fin da giovani, a riempire il paniere fino a farlo scoppiare; e su questo costruiamo tutti i nostri rapporti, ancor più gravi quelli sociali e professionali. Quanto varrebbe per una volta scomparire tutti dietro l’anonimato e mostrarsi così nella nostra nuda qualità, per ciò che davvero sappiamo fare, creare, pensare: per ciò che siamo. E così ci accorgeremo, finalmente, che in realtà non sappiamo più vedere se non attraverso i filtri del numero che ci esenta dall’essere veramente umani, ci sottrae la Vita da sotto i piedi. L’eccellenza lascia così il posto alla mediocrità, numericamente necessaria. Noi non valutiamo la qualità delle cose e delle persone per ciò che è realmente, ma solo dopo averne accuratamente misurato l’attendibilità che i parametri del mondo stabiliscono minuziosamente. Diamo credito ai nomi, ma non all’unico Nome inscritto in ciascuno di noi. Se vincessimo la schiavitù del numero ritroveremmo subito la gioia della libertà.

I ciechi non sanno dove guidare i loro passi, senza qualcuno che li accompagni. Questo mondo annega nella cecità dell’analisi, mentre la sintesi è visione. Dobbiamo lottare per tornare a vedere, per comprendere che «una goccia, più una goccia fanno una goccia più grande, non due».


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Editoriale

 

Elezioni: il giorno dopo

di Adriano Tilgher

Diventa difficile comprendere, dopo questa ultima tornata elettorale, quali siano le posizioni in campo e soprattutto quali siano le differenze tra i vari partiti. Ancora una volta centro destra e centrosinistra hanno dimostrato di essere identici e di non voler in alcun modo differenziarsi. Anche i cosiddetti sovranisti, o populisti che dir si voglia, hanno dimostrato chiaramente quello che andiamo dicendo da tempo: non sanno cosa voglia dire essere dalla parte del popolo o propendere per il ritorno della sovranità al popolo.

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La Spina nel Fianco

 

Rien ne va plus

1986: Enrico Ruggieri partecipa al festival di San Remo con il brano "rien ne va plus" che otterrà il premio della critica, ne seguirà l'album "Difesa Francese" titolo mutuato dal gioco degli scacchi, (la difesa francese è una delle possibili sequenze di mosse iniziali). L'espressione rien ne va plus è costituita dalla parte finale della formula usata dai croupier per regolare i tempi delle puntate nel gioco della roulette (Faites vos jeux. Les jeux sont faits. Rien ne va plus «Fate i vostri giochi. I giochi sono fatti. Niente va più». Nella lingua italiana viene utilizzata in senso figurato per significare che quel che è stato è stato, che i giochi ormai sono fatti.

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