La guerra di Ernst Jünger contro il Nichilismo [6]

Occorre cercare il nichilismo sul suo stesso terreno, perché quando tutto slitta, nessun appoggio è possibile. Con ciò Jünger allude ai conservatorismi politici e valoriali che credono possibile uscire dal nichilismo, anzi di non entrarvi per nulla, fidando sui valori eterni della Tradizione; ma proprio in questo ci sembra consistere il vulnus della riflessione dello scrittore tedesco, per quanto l’analisi sia di grande spessore; esso ci sembra consistere nell’illusione di oltrepassare il nichilismo accelerandone il compimento: “illusione” perché il nichilismo non si lascia portare a compimento, essendo un niente che non è un vuoto – come dimostra il fatto che da un secolo e mezzo tutto è marchiato dal segno del nichilismo – ed è perciò sempre capace di espressione, magari mascherata dalla fede politica e persino da quella religiosa.

Comunque, per Jünger attraverso il fuoco nichilistico si muovono nuove figure, prima fra tutte quella del dolore. La catastrofe della Seconda guerra mondiale ha rivelato una mancanza, proprio grazie alla forza produttiva del dolore: la mancanza del sacro. Oramai anche le Chiese e le fedi sono devastate dal nichilismo e la benedizione è diventata un gesto vuoto, meccanico, che dà solo l’illusione dei valori, mentre gli edifici non sono più in grado di esprimere visibilmente il senso del sacro.

È tuttavia alla Chiesa, scrive Jünger, che si deve il residuo rispetto per l’essere e per la vita che è rimasto e che è meglio conservare piuttosto che lasciare le masse in balia della tecnica e dello sfruttamento. Anche lo scrittore rimane vittima di quella che potremmo chiamare “speranza al ribasso”, quella del “meglio che niente”, accesa, a suo avviso, da una scienza che recupera un rapporto con il trascendente, con la teologia, così come la letteratura, almeno in Francia.

La ragione tecno-scientifica ha sempre ridicolizzato la religione e con essa ogni aspirazione metafisica; lo ha fatto per prendere il posto di Dio, presentando se stessa come unica possibilità di salvezza e assumendo connotazioni magiche e taumaturgiche. Ma Jünger scriveva in una società ancora solida che riteneva che dei valori avrebbero comunque preso il posto di quelli consumati dal tempo e dagli eventi. Nella società liquida contemporanea non c’è posto per la concretezza dei valori e per il loro discriminare il giusto dall’errato, il bene dal male.

La tecnoscienza, perciò, ha campo libero e non la si teme più nemmeno quando assume valenze chiaramente disumane o addirittura antiumane: perché oggi è proprio l’umano quello che si è perso. Ed è vano cercarlo, come fanno certe anime belle, in atteggiamenti pietistici e irrealistici verso masse di sconosciuti in arrivo.   


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Editoriale

 

La politica

di Adriano Tilgher

Il vocabolario Treccani definisce la politica come “la scienza e l’arte di governare”.

Purtroppo quelli che oggi si dicono politici non mi sembrano né scienziati né artisti e quindi neanche politici. Qualcuno sarà colto, qualche altro laureato, qualche altro ancora esperto di musica, di canto e di teatro ma ben altra cosa è essere persone che conoscono “l’arte e la scienza di governare”.

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La Spina nel Fianco

 

L'anno che verrà

1978, Lucio Dalla esce nei negozi di dischi (allora ancora esistevano) con l'album "Lucio Dalla" contenente il brano "l'anno che verrà". Il brano fu dedicato ad un suo grande amico Giuseppe Rossetti, incarcerato per motivazioni politiche e rinchiuso in prigione alla Dozza. Si racconta che Lucio passò una notte di Capodanno in compagnia di Giuseppe in carcere. La prima versione del testo venne scritta nella casa di Rossetti a Monghidoro. Il testo venne poi rivisto da Lucio Dalla insieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nel testo, riferimenti ai "sacchi di sabbia vicino alle finestre", o alla scomparsa dei "troppo furbi e dei cretini di ogni età".

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