La Biblioteca del Pensiero Forte: Storia della politica estera italiana di Federico Chabod

L'Italia soffre di un pluridecennale deficit di cultura strategica, dovuto in parte a cause storiche di lungo corso (una maturità nazionale tarda, una “psicologia” nazionale divisiva, ecc) ma anche, se non soprattutto, a condizioni storiche novecentesche, su tutte il lascito velenoso della Guerra civile italiana e la successiva impostazione bipolare della Guerra Fredda.

Di questo si è accorto anche un giornale tradizionalmente Limes che non più tardi del 6 Marzo annotava con un articolo di Carlo Pelanda la colpevole assenza di cultura strategica nazionale frutto di un diffuso complesso della sconfitta. Feconda sarebbe una analisi spassionata delle origini di questa minorità percepita e quindi realizzata. Forse tuttavia ancora impossibile perchè passibile di chiamare a tutta una serie di riflessioni che nessun think tank, nessun analista mainstream è davvero intenzionato a concludere, di illazione in illazione.E' forse nell'agone storico che l'Italia può trovare una finestra per far respirare questa autocoscienza.  E d'altronde gli storici in questo paese sdrucciolevole hanno sempre rappresentato vedette ingrate di dibattiti che poi sono regolarmente stati ignorati dalla cultura canonica.

 In tal senso il testo di Federico Chabod (in due volumi) sulla storia della politica estera italiana, analizzata dal 187 al 1896, edito da Laterza nel lontano 1951 costituisce ancora una pezza d'appoggio, un infisso utile in questa metafora architettonica. Tanto per la biografia dell'autore che per il contenuto meticoloso il testo in questione rimane utile nonostante i 68 anni di età. Non solo perchè Chabod si preoccupa di rendere il quadro delle relazioni come una sorta di sdoppiamento delle complesse alchemie interne allo stato unitario a metà del guado della trasformazione trasbaudo e mediterraneo ma anche perchè la sua sensibilità di francofilo valdostano antifascista lo spinge a non evitare le sottese domande che un testo inevitabilmente poneva. Nella minuzia dei legami anche personali e nelle cornici ideologiche (francofilia, cattolicesimo politico, Sinistra/destra storiche, ecc) Chabod cerca di capire come e perchè l'Italia abbia sì prodotto una diffusa ed esorbitante “cultura diplomatica” ma per quale motivo gli anticorpi di un pensiero strategico complessivo non abbiano attecchito a Sud delle Alpi.

Prima ancora che le tempeste fortemente ideologiche (e geoidoelogiche, come la voglia di Impero dei liberali e nazionalisti italiani) la diplomazia italiana in una fase adolescenziale e pertanto fragile della vita nazionale aveva già sviluppato le virtù e le debolezze che caratterizzano poi lo stato italiano nel Novecento. Chabod, che aveva abbondantemente esperito gli effetti della tempesta ideologica novecentesca (morirà nel 1960 dopo aver ricoperto il ruolo di presidente della Valle d'Aosta), ci illustra un quadro di sagaci battitori liberi impegnati nella tessitura di una rete di pesi e contrappesi attorno al neonato stato italiano, e tuttavia costantemente immersi in un liquor poco recettivo e tendenzialmente immobile; costretti, pertanto, a quest'opera di telaio senza una vera cinghia di trasmissione tra diplomazia e altri corpi e facoltà dello stato (Esercito, industria, agricoltura,ecc).

La lettura del testo di Chabod può forse essere superflua o tutto al più reverenziale nei confronti di un grande storico, ma non può lasciare indifferenti se si voglia tentare una diagnosi di questa rimozione, di questa mancanza che risponde al nome di “cultura strategica italiana”. A ciò si aggiunga che una riflessione nazionale di una carta caratura non può che aiutare negli anni in cui l'Europa sta (forse) superando l'ipnosi autoindotta della “Superpotenza civile”.


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