De Regimine Principum [7]: quale sia il vero fine che deve spingere il re a ben governare

L’onore mondano e la gloria umana non sono un premio sufficiente per le occupazioni del re, perciò resta da cercare quale sia il loro premio adeguato.

Ebbene, è giusto che il re si aspetti il suo premio da Dio. Il ministro, infatti, per il suo ministero attende il premio dal suo signore; ora il re, governando il popolo, è ministro di Dio, come dice l’Apostolo (Rom., XIII, 1 e 4); «Ogni potere viene da Dio»; «È ministro di Dio vendicatore nell’ira contro chi opera male»; e nel libro della Sapienza i re sono chiamati «ministri di Dio». I re dunque per il loro governo debbono attendersi il premio da Dio.

Talora Dio remunera i re per il loro ministero con beni temporali; ma questi beni sono comuni a buoni e cattivi. Si leggono infatti in Ezechiele (Ezech., XXIX, 18) queste parole del Signore; «Nabucodonosor, re di Babilonia, impegnò il suo esercito di grande servitù contro Tiro, e non fu resa mercede da Tiro né a lui né al suo esercito, per la servitù che mi prestò contro Tiro», cioè per quel servigio secondo il quale il potere, a detta dell’Apostolo, diventa ministro di Dio, vindice nell’ira contro chi opera il male; e poi soggiunge, a proposito del premio: «Perciò dice il Signore Dio: ecco io porrò Nabucodonosor, re di Babilonia, nella terra d’Egitto, e rapirà le sue spoglie e sarà mercede al suo esercito». Se dunque i re iniqui che combattono contro i nemici di Dio - sia pure senza intenzione di servire Dio, ma soltanto di perseguire i loro desideri ed i loro odi - sono da Dio remunerati con un simile premio, con la vittoria sui nemici, con la sottomissione di regni e relative spoglie, che cosa non farà ai buoni re, i quali con pia intenzione reggono il popolo di Dio e ne combattono i nemici? Egli promette loro un premio non soltanto terreno, ma eterno, consistente non in altri beni, ma in lui stesso, secondo quanto dice San Pietro (I Pietr., V, 2) rivolgendosi ai pastori del popolo di Dio: «Pascete, voi che ne avete il compito, il gregge di Dio, e quando verrà il principe dei pastori», (cioè Cristo - re dei re) «conseguirete una corona incorruttibile». Della quale corona Isaia (XXVIII, 5) afferma: «Il Signore sarà serto d’esultanza e diadema di gloria per il suo popolo».

Questo anzi si può chiarire anche col ragionamento. Infatti è insito nelle menti di tutti coloro che usano la ragione che il premio della virtù sia la beatitudine, poiché si chiama virtù di un qualsiasi essere quella che rende buono colui che la possiede e ne rende buone le opere.

Ora, ciascuno col bene operare cerca di raggiungere ciò che maggiormente desidera; e questo è l’essere felici, cosa che nessuno può non volere. Perciò, come premio della virtù è giusto aspettarsi qualcosa che renda l’uomo felice. Se il bene operare è opera della virtù, e l’opera propria del re è ben governare i sudditi, il premio del re deve identificarsi con ciò che lo rende felice.

In che cosa ciò consista, è il momento qui di esaminarlo. Noi dunque chiamiamo beatitudine il fine ultimo dei nostri desideri. Infatti la catena dei desideri non può procedere all’infinito; che allora il desiderio naturale sarebbe inefficace, dal momento che cose infinite non sono esauribili e pertransibili. E poiché la natura intellettuale desidera un bene universale, potrà renderla veramente felice soltanto quel bene dopo il cui conseguimento non si può desiderare alcun altro bene.

Ecco perché la beatitudine si dice anche bene perfetto, quasi comprendesse in sé tutte le cose desiderabili. Ma tale non può essere nessun bene terreno: infatti chi ha le ricchezze desidera averne di più, ed è chiaramente così anche nelle altre cose. E, se uno non ne cerca di più, desidera almeno che rimangano uguali, o che al loro posto ne vengano altre, poiché nelle cose terrene non si può trovare nulla di permanente. Dunque nessuna cosa terrena può quietare il desiderio. Perciò nessuna cosa terrena può rendere beati, al punto di poter essere una ricompensa adeguata per il re.

Ancora: la perfezione finale ed il bene completo di qualsiasi essere dipendono da qualcosa di superiore; poiché le stesse cose corporali sono rese migliori dall’aggiunta di elementi migliori, e diventano peggiori, se sono mescolate con elementi peggiori. Se infatti all’argento si aggiunge dell’oro, l’argento diventa migliore, mentre è reso impuro dalla mescolanza col piombo. Ebbene, è una constatazione che tutte le cose terrene sono al di sotto dell’anima umana; - d’altra parte la beatitudine è la perfezione finale dell’uomo e il bene completo al quale tutti desiderano pervenire.

Dunque non esiste un bene terreno che possa essere premio adeguato per un re. Infatti, come dice Agostino, «non diciamo felici i prìncipi cristiani perché governarono a lungo, o perché dopo una morte tranquilla lasciarono i figli sul trono, o perché domarono i nemici dello stato, o perché poterono domare i cittadini che insorgevano contro di loro... Ma noi li chiamiamo felici se governano con giustizia... se preferiscono comandare alle passioni anziché ai popoli, se fanno ogni cosa non per vanagloria, ma per amore della felicità eterna... Tali imperatori cristiani diciamo che sono felici, in questa vita con la speranza, e che poi nell’altra lo saranno di fatto, quando sarà avvenuto ciò che aspettiamo»[1]. E neppure c’è qualcos’altro di creato che renda l’uomo felice e possa essere indicato come premio per il re. Poiché il desiderio di ogni cosa tende al proprio principio dal quale è causato il suo essere. Ora, la causa dell’anima umana altro non è che Dio, che la crea a propria immagine. Dunque è soltanto Dio che può acquietare il desiderio dell’uomo, e rendere l’uomo felice, e quindi essere il premio adeguato per un re.

Di più: la mente umana conosce il bene universale per mezzo dell’intelletto, e lo desidera per mezzo della volontà. Ora, il bene universale non si trova che in Dio. Non c’è nulla dunque che possa rendere l’uomo felice, riempiendo il suo desiderio, se non Dio del quale si dice nei Salmi (CII, 5): «Colui che nel bene sazia il tuo desiderio». In questo dunque il re deve porre il suo premio.

E, considerando questo, il re Davide diceva (Salmi, LXXII, 24): «Che cosa c’è per me in cielo e che cosa ho voluto da te sulla terra?». Rispondendo a questa domanda aggiunge: «Il mio bene è aderire a Dio e porre la mia speranza nel Signore Dio». È lui infatti che dà ai re la salute, non solo quella temporale, che elargisce indistintamente agli uomini e agli animali, ma anche quella della quale afferma per bocca di Isaia (LI, 6): «Ma la mia salvezza durerà in eterno»; ed è con questa che salva gli uomini, portandoli alla parità con gli angeli.

È in tal modo che può avverarsi che l’onore e la gloria siano il premio del re. Difatti, quale onore mondano e caduco può essere simile a questo, per cui l’uomo è concittadino e familiare di Dio, computato tra i figli di Dio, e arriva a conseguire con Cristo l’eredità del Regno celeste? Questo è l’onore, bramando e desiderando il quale il re Davide diceva (Salmi, CXXXVIII. 17): «I tuoi amici, o Dio, sono troppo onorati». E quale gloria di lode umana può essere paragonata con questa che è proferita non da false lingue di adulatori, né da una ingannata opinione di uomini, ma risulta dall’intima testimonianza della coscienza, ed è confermata dalla testimonianza di Dio, che promette ai suoi testimoni fedeli che li riconoscerà a sua volta nella gloria del Padre al cospetto degli Angeli di Dio? Quelli che cercano questa gloria la trovano, e raggiungono anche la gloria umana che non vanno cercando, sull’esempio di Salomone che ricevette da Dio non solo la sapienza, che aveva chiesto, ma fu anche reso glorioso sopra tutti gli altri re.

 

[1] Sant’Agostino d’Ippona, De Civitate Dei, libro V, cap. 24.


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