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Ci siamo, il prossimo 2 maggio, ma in realtà a settembre, si stapperà lo champagne francese per celebrare i cinquecento anni dalla dipartita di Leonardo da Vinci ad Amboise nella Loira. Era figlio naturale di Ser Piero, di professione notaio di Palazzo del Podestà, pare una stonatura a vederlo darci da coniglio, con quattro mogli, 10 figli maschi e due femmine, con quel peccato di portarsi a letto la povera (lo era veramente) Caterina di Meo Lippi, dicunt, orfana e martire delle bave del giovin notaro incurante che all’epoca del fatto lei fosse quindicenne. Un figlio bastardo Leonardo, cui il babbo diede nome e istruzione (ma il greco non gli entrò in capo) ma non eredità, lasciando che crescesse nella “Casa in Borgo” del nonno Antonio in quel di Vinci, paesino rurale di 350 anime campestri.

 Staccato dal seno materno Leonardo crebbe senza figura materna, la Caterina fu data in moglie a tal Antonio Buti nomato Attaccabriga, che dietro un buon compenso fece da coperchio impalmando l’orfanella violata. Mistero delle donne di Leonardo, la nonna, la madre e quella Monna Lisa, filoni di ricerca sempre aperti al gossip sul genio del Rinascimento compreso il suo liaison d’amour con Isabella d’Aragona figlia d’ Alfonso II erede al trono di Napoli e della duchessa milanese Ippolita Maria Sforza. La bella e coltissima Isabella, dopo la morte prematura dell’imposto marito, Gian Galeazzo Maria Sforza, avrebbe ceduto al bel vinciano, intrecciando un legame non sol d’amor cortese ma di letto con annessa prole. Verità sconvolgente o favola, la studiosa tedesca Maike Vogt-Lüerssen sostiene con documenti e analogie questa sua ipotesi rivoluzionaria esposta a Palazzo Medici Ricciardi nel fu 2012. Crollo di un mito, l’omosessualità di Leonardo, d’altronde da questa accusa n’era già uscito assolto nel 1476 per una denuncia infame, anonima, di sodomia ad un ragazzo di vita tal Jacopo Saltarelli.

 Era stato lui, a quel tempo a Milano presso gli Sforza, il grande ingegnere scenografo del matrimonio di Isabella nel 1488 a Napoli, tanto imponente la cerimonia da essere chiamata dai partenopei la Festa del Paradiso per un’unione combinata che presto si rileverà un inferno, e lui forse era lì a consolare “la peggio maritata del mondo”.

 La Maike e studiosi di Acerenza sostengono, tra l’altro, che la Gioconda non sia il ritratto di Monna Lisa Gherardini, consorte del nobile mercante Francesco del Giocondo, rimasto a girarsi i pollici in attesa della consegna del dipinto, L. vi avrebbe effigiato invece la sua amata Isabella. Allora lasciamoci sciogliere, perché no, nel romanticismo di questa ipotesi, vista l’indubbia somiglianza della duchessa, ritratta da Raffaello, con l’enigmatica signora del quadro vinciano.

 Insomma la fotografia non c’era perciò il genio innamorato si sarebbe portato seco l’effige dell’amata fin su in Francia a dorso di mulo dalle Alpi alla Loira con meta il castello di Clos Lucé messogli a disposizione dal giovin  roi Francesco I suo ultimo altolocato mecenate.

 Che ne sapeva il nostro patriota (un tantino interessato) Vincenzo Peruggia quando rubò, nottetempo dal Louvre, la Joconda che non era un bottino di Napoleone Malaffare da restituire all’Italia, ci vollero due anni da quel 1911 per riconsegnarlo ai chicchirichì che l’avevano comprato. Proprio re Francesco I l’aveva acquistato la tela, sborsando, pare una bella cifra 4000 ducati, versati a chi? L’ipotesi è che siano finiti nelle tasche almeno di uno degli allievi di Leonardo, post mortem del maestro, tale Gian Giacomo Caprotti detto Salaì. Finiamola qui sul più celebrato ritratto del mondo, ma non finisce la querelle Italia-Francia, questa volta la testata non la da Zidane ma Lucia Borgonzoni, sottosegretario leghista al MIBAC la quale vuol vederci chiaro su un accordo italofrancese per il prestito di 26 opere di L. al museo del Louvre per le celebrazioni della morte (sic!) del genio fiorentino. L’accordo pare non sia mai stato formalizzato nonostante 1200 mail di pressanti richieste dei francesi e poi le testate di Macron, assediato dai gilet gialli, contro il governo giallo-verde hanno fatto scendere i rapporti coi cugini ai minimi termini, giustamente! Caro Presidente, a parole antinazionalista, pare che l’amor patrio ancora covi nelle sue ceneri, si rema sempre per la grandeur boriosa quando è in gioco la Francia, sputando sull’amor patrio degli altri con un solo scopo, lucidare le proprie patacche col lavoro altrui, dicendo che l’arte appartiene a tutti, meno quella fregata. E non ci sta simpatico allora quel piccolo decoratore di Vincenzo Peruggia? Voleva riportare il grande amore di Leonardo agli Uffizi, come non dargli un caldo abbraccio ed una bella pacca sulle spalle.


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