La porta del Sud

A1 verso Napoli, autostrada du soleil, curiosità d’amore verso la Capitale del sud per annusare l’odore di un Natale in casa Cupiello co’ i banchi di S. Gregorio Armeno, tra pastori, capanne, re magi e popolani, conditi dal profumo dei cuoppi di fritture. Prima d‘arrivare nella città dell’immaginifico, c’appare un serpente gigante sdraiato sulla campagna di Afragòla, un rettile del paleolitico assopito a godersi nu friccico di sole ch’occhieggia dalle nuvolaglie, curvato come o’ capitone, enorme nella sua lunghezza, un treno che sfreccia da una curva leggera, un plastico sulla piana con la schiena aperta, cos’è?

 È la porta del sud delle FS Italiane, nodo strategico dell’alta velocità Roma-Napoli a frecce rosso/grigie oltre che della privata Italo, cattedrale supina dei transiti su rotaia a 12 Km dal capoluogo partenopeo in direzione N-E, fuori anche dall’aeroporto di Capodichino. Chi fa sa, così si spera, ma non ha tutti i torti il sindaco magistrato quando s’inalbera per la scelta di localizzare là il ganglio vitale del trasporto su ferro tagliando fuori la sua Napoli.

 Le polemiche divampano a un anno e mezzo dall’inaugurazione dell’avveniristica stazione da parte del nobile decaduto (politicamente) Paolo Gentiloni Silveri qui locutus est:” Un grande Paese (!) ha bisogno di grandi opere” elogiando le maestranze tutte per aver fatto questa infrastruttura in Campania e proprio ad Afragòla, promettendo di alzare l’asticella sulla sicurezza di quell’area infestata, fin nelle viscere, dalla munnezza da’ camorra. Era l’11 giugno dello scorso anno, dopo quasi quindici anni di appalti, la siderale stazione era ai nastri di partenza dell’alta velocità, per il 2022 è prevista la messa a règime del traffico regionale per ora a binario muto. Nel frattempo Zaha Hadid l’architetta anglo-irachena, progettista del “saettone” ha spento la candela per un infarto a Miami nel 2016, però era presente al taglio del nastro con ciò che parla di un’artista: la sua opera.

 Per Jonathan Glancey, critico vip britannico dell’architettura, la stazione Napoli-Afragòla “è sorprendente, spettacolare ponte a forma di serpente che esprime il dinamismo delle ferrovie italiane a 300 Km/h”, lo afferma alla BBC concludendo con un auspicio:” La stazione progettata da Zaha Hadid è anche un potente simbolo di come…l’Italia meridionale possa ripartire”. La perla di Labuan poggiata nell’immondizia è la sintesi di modelli matematici, stereometria delle forme, purezza estetica assoluta, simile a una principessa dalla silhouette perfetta con scarpine di cristallo e l’abito di pura seta frusciante calata in quadro granguignolesco di Brueghel. Ci viene un vàffa alle opinioni vuote degli apologeti quanto dei disfattisti che baruffano nell’Italia di guelfi e ghibellini, è un capolavoro, punto, un segno tangibile della rinascita del sud.

No! E’ un’inutile cattedrale nel deserto estranea a quel contesto di degrado ambientale. Riavvolgiamo il nastro all’inaugurazione, questa stazione è un gioiello del decostruttivismo, corrente dell’architettura contemporanea, ed è un fatto tangibile che sia una grande opera costata, finora, 60 milioni di Euro. L’unico problema è l’altra faccia di Giano, quel grande Paese che non c’è, pure questo è un fatto, evitando di snocciolare dati compresa la nostra crescita anoressica. Cosa vuol dir questo? Che perché la collana brilli sul petto della campagna afragolese, si deve, in primis, tagliare la testa al malaffare, e non è poca cosa, per poter imbottire, senza pizzi, il serpente di tutti, ma proprio tutti, i servizi previsti dal progetto, da quelli commerciali alla ristorazione passando per i parcheggi fino ad un grande parco collier all’infrastruttura, bonificando il corpo d’una terra dei fuochi, senza contare le comunicazioni col capoluogo partenopeo e poi manutenzione certosina  ad un biscione lungo 400 m con relativa sorveglianza. Sicurezza & investimenti, la sfida passa a Salvini e Di Maio, senza quest’impegno operativo da grande Paese, la porta del Sud rischierà di chiudersi per incuria, sarebbe l’ennesimo fiore all’occhiello cestinato nell’indifferenziata.


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