Novecento

“[…] nuje simmo serie…appartenimmo à morte!” poeta Totò coll’ultimo verso d‘A livella, anche Bernardo Bertolucci dal 26 novembre è nell’immenso insieme dei fu; regista, sceneggiatore, attore, poeta come papà Attilio prima di sposare la settima arte. Diciassette film da La comare secca del ’62 a Io e te del 2012, cinquant’anni di cinema, un palmares di Premi da consacrarlo principe della celluloide, stella sulla Hollywood Walk of Fame di Los Angeles, un tributo di omaggi alla camera ardente in Campidoglio da parte di Roma, seconda città del cineasta parmense.

Lasciamo il burro del Tango sodomita in frigo, per ritornare nella sua Emilia, quella terra “rossa”, soggetto nelle lotte contadine contro i sciur padrun da li beli braghi bianchi non piemontesi però, ma emiliani. Un film mosaico, Novecento, su cinquant’anni d’Italia raccontati col zoom sulla Bassa a partire da “E’ morto Verdi” del 27 gennaio 1901, in continuità di genere col compositore: il melodramma, condito da ricchezza di cast, costumi, fotografia, musica di Ennio Morricone.

Era anche un film omaggio alla storia del P.C.I. nella sua lunga marcia verso il socialismo in salsa italiana, strizzando l’occhio a quell’alternativa democratica o compromesso storico che avrebbe salvato il Paese dalla strategia della tensione, dai risvolti autoritari, preservandolo dal modello cileno d’un presunto colpo di Stato. Olmo il contadino bastardo e Alfredo figlio del padrone nascono lo stesso giorno proprio alla prima candelina del secolo, amici-nemici fin dall’infanzia, percorreranno sentieri diversi, allontanandosi passo, passo, per ritrovarsi anziani a baruffar d’ amici, legati da un umanesimo comune pur nelle contraddizioni socio-politiche della loro classe, in fondo erano stati compagni di giochi e sogni nella stessa terra.  Il fascismo per entrambi era stato l’orco cattivo incarnato da Attila (che nome!), violento, pedofilo, assassino e tutto il peggio del secchio di liquami da sempre gettato sui fassisti, i buoni e i cattivi senza sconti come nella vulgata della Resistenza dalla Liberazione ai decenni successivi. Tutto bene fin lì la pellicola, Olmo e Alfredo interpretano la militanza comunista, operaia e il centrismo moderato della DC aperta al sociale, due componenti sorelle non gemelle della lotta antifascista, adottate da famiglie diverse U.R.S.S. ed U.S.A. in guerra fredda, ma, in quegli anni ’70, pareva giunto il tempo di una rinnovata empatia, d’una conciliazione amicale, come Olmo e Alfredo, nella stagione delle cineserie rivoluzionarie.

Raccontava Bertolucci, tesserato P.C.I., che Paese Sera, all’uscita del film nel ’76, colse la palla al balzo organizzando una seratona-dibattito, simil cineforum fantozziano della Corazzata Potëmkin, con lo storico e saggista Paolo Spriano, ex partigiano di Giustizie e Libertà iscritto al P.C.I. e Giancarlo Pajetta il “ragazzo rosso” in carcere fino al ’43, coerente leader del Partito. Oddio una riunione inter nos senza una voce altra, magari divergente, ma poco importa nel contesto. Quel che accadde alla proiezione del lungo film furono scroscianti applausi al termine del primo atto, Bertolucci era pienamente nel solco, timidezza e gelo nel secondo, qualcosa andò storto dopo la Liberazione, a parte lo sventolio delle risuscitate bandiere rosse, il regista raccontava di vendette partigiane, di esecuzioni sommarie contro i fascisti, quelle che molti anni dopo Gianpaolo Pansa ricostruirà a partire dal Sangue dei vinti. Come ricordava il regista, a quelle immagini Pajetta infuriato abbandonò la sala gridando: “mi rifiuto di partecipare”, il compagno Bertolucci aveva, con onestà intellettuale, alzato il velo su un tema eretico, i buoni non erano i pellegrini della marcia per la pace, ma assetati di vendette personali che causarono una spietata mattanza.

La cronaca, anni dopo, ricorda invece che fu proprio G. Pajetta ad accogliere il nemico G. Almirante alle esequie di E. Berlinguer a Botteghe Oscure e fu sempre lui a rendere omaggio allo scomparso leader missino nell’88, un doveroso ricordo contro lo scontato sconcerto, in ambo i casi, degli ottusi.

Oltre la riva della militanza vale sempre l’omerico rispetto, perciò rendiamo omaggio al grande artista Bernardo Bertolucci, regista principe adesso a tavola, pure lui, co’ Gennaro Esposito-netturbino.

 

 


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