Netflix Leone di Venezia

“Il motore a scoppio è morto” profetizza David Cronenberg (Leone d’oro alla carriera) il 75enne regista canadese, vestendo i panni di Zarathustra, scandisce il necrologio di un dio minore adorato da miliardi di uomini. Ma la sua è una metafora sul cinema in stand by mentre quest’arte è in fieri, cantiere aperto ai cambiamenti. È un fatto, le sale di proiezione chiudono da anni, per stare in piedi ritagliano a spicchi d’aglio lo spazio trasformandosi in multisale, ma la crisi cardiaca è terminale nonostante chirurgia, by pass, sconti sui ticket alla Franceschini. La rivoluzione è epocale, passa dal fitto delle videocassette, per approdare allo streaming on demand (distribuzione di film e serie su tv a richiesta) standovene in “poltronesofà” a casa vostra, sui sedili freddi delle metro, aggrappati alle maniglie dei bus.

 Il salto con l’asta è diventare produttori-distributori di lungometraggi ampliando l’offerta agli abbonati. La californiana Netflix è il presente e il futuro dei movies, inutile seppur romantico, languir di nostalgia per il buio delle sale con la maschera armata di luce da cantina, le poltroncine mobili, gli spettatori che s’alzano per farci accomodare, il rumore dei popcorn, la penombra ruffiana delle avances, la scritta rossa Uscita. È muffa coi suoi odori, un cinema melò caro ai ricordi ma oramai obsoleto come la cassa con la signorina: “platea o galleria?”, cambiava il colore del rettangolino e per noi studenti il prezzo, ora ti crei un account e paghi, tutto on line.

 Netflix chi è? Nasce nel ‘97 come società di streaming, non in un garage alla Apple, ma poco più, metti i soldini, selezioni il film al pari di un caffè, prendi la cassetta in affitto, te la porti a casa. Per far questo devi uscire, parcheggiare, fare la fila, che p…e! Anche perché c’è la riconsegna. Meglio creare appunto un account ad personam con abbonamento, paghi cifre assai economiche sul mercato che puoi dividere anche con amici o parenti. Selezioni col telecomando o col touchscreen dello smartphone o del tablet il ricco menu che Netflix ti passa e parti per il video appeal del racconto. Ma perché poi, pensano i due imprenditori Hasting & Randolph, non produrre noi stessi “la carne”, cioè serie tv, film, cortometraggi da cuocere sul barbecue degli utenti non nelle sale patinate, creando una filiera streaming a circuito chiuso (un club N), sparata a 125 milioni di persone nel mondo con ritorno di fatturato e utili da capogiro. Certo che sì.

 Bene la novità vera della 75ma Mostra Internazionale del Cinema lagunare (senza capolavori) è proprio Netflix, rifiutata al Festival di Cannes, edizione modesta con la puzza al naso, nella città di S. Marco invece presenta due film in concorso (Roma di A. Cuarón e “22 july” di P. Greengrass) non proiettati in sala, applausi da sdoganamento del nuovo ch’avanza. Ma come si fa a godere di un film d’arte su un Apple Watch? Beh è uno scotto da pagare, però è pur vero che si è passati dai vecchi 37 pollici ai 65 degli schermi, basta por mano al portafogli o meglio alla carta di credito. To digit è il verbo virale per produttori, distributori, utenti, ma per cosa? Le serie tv, perché t’incollano all’abbonamento, ma anche film d’autori catturati a creare per questo sistema con vantaggi per loro nel taglia e cuci dei dialoghi, nel montaggio ecc., adattando i contenuti agli appetiti della nuova frontiera hi tech. Certo molte professionalità scompariranno nel gran Barnum del cinema, altre se ne affacceranno, Hollywood, non solo la nostra cara Cinecittà, diverranno musei, archeologia da siti dell’Unesco, ma ai futuristi questa velocità del cambiamento piacerebbe, diciamocelo, è più affascinante della Nike di Samotracia.

 Della Mostra veneziana, il più antico festival del mondo, cosa dire se non un redcarpet di attori, registi, stelline (c’era anche la quattordicenne figlia di Pietro Taricone) e film del deja vu per i soggetti, dal remake noir di Suspiria, alla rimonta del razzismo negli U.S.A., alla tragedia rosso sangue dello stupro, ai western, fino alle corna tra coniugi che allevano torelli (sic!), comunque il livello dei film in concorso è stato buono con ciliegine tipo Nuestro Tiempo di C. Regadas, Non-fiction di O. Assayas o The Sisters Brothers di Audiard, il migliore, per i cinecritici, è stato The Other Side of the wind, un postumo di Orson Welles non visibile in sala ma solo sulla piattaforma Netflix. Un certo cinema da Amarcord, ragiona Cronenberg, sarà il vinile, è già morto, ma la Mostra di Venezia no perché l’ha capito, spalancandosi al futuro. Brava la nostra Colombina.

Per chiudere ha vinto il Leone d’oro 2018: Roma di Alfonso Cuarón prodotto da…Netflix. L’Italia? sulle poltrone di velluto a masticare popcorn.


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