Un futuro, forse, senza barba

9 aprile 1969, Battipaglia, città di 30.000 abitanti, in provincia di Salerno. La gente si ribella scende in strada alla notizia della chiusura di due fabbriche. Verso la stazione ad occupare i binari far sentire l’urlo disperato contro l’ennesima ingiustizia contro il Meridione avvilito e depresso. Polizia e carabinieri fanno cordone, le armi in pugno. Insulti pugni levati donne in lacrime i primi sassi. Si spara sulla folla. Lacrimogeni non solo. Teresa Ricciardi, giovane insegnante, segue gli incidenti dalla finestra della sua abitazione. Un proiettile la prende in pieno. Muore un operaio tipografo, diciannove anni, Carmine Citro (dicono fosse iscritto alla Giovane Italia).

Roma. Il corteo di protesta percorre le vie del centro. Via Arenula, altezza Ministero (dis)Grazia e (in)Giustizia. Il Puledro si attarda. Due poliziotti in borghese, confusi tra la folla sul marciapiede, gli si scagliano contro lo abbrancano cercano di portarlo via.  Errore. Torno indietro afferro l’asse a strisce rosse e bianche di lavori in corso. Botte in testa all’uno e all’altro. Di corsa filiamo verso ponte Garibaldi. Dopo il lancio di una molotov (il racconto completo si trova in E venne Valle Giulia), il corteo sbanda. Io finisco (sfigato prendo una via laterale dove c’è il Commissariato) tra le amorevoli grinfie degli sbirri. A Regina Coeli e processo per direttissima.

Convinco lo scopino, che funge da barbiere, a tagliarmi la barba (si rifiuta tagliarmi i capelli ché è vietato cambiare fisionomia a chi va in direttissima, cioè entro cinque giorni). Il costo: un pacchetto di sigarette. Da qualche parte devo aver conservato il ritaglio de Il Tempo con la fotografia dei quattro imputati, fra cui, in alto a destra, il sottoscritto rasato e un paio di occhiali neri dalla montatura pesante.                                   

Inutile accortezza. Uno alla volta entrano i due poliziotti, sono entrambi ancora con la testa a garze e cerotti. A domanda del P.M. se riconoscono chi li ha menati, come da copione, prima l’uno e poi l’altro mi indicano, aggiungendo ‘anche se si è tagliato la barba’... Sembra una scena da film comico anni Trenta. Condanna a due mesi con la condizionale, scarcerazione immediata, promessa, mantenuta per cinquanta anni, da parte mia che la barba non sarà più sottratta dal mio volto.

C’è una morale, come al termine d’ogni favola?                                                                        

Si dice che sia veramente finita quando della vita non restano che ricordi. E, forse, se dovrò radermi la barba in vista di questa operazione (non ci torno su per non essere ulteriormente patetico), anche in ciò l’autunno delle stagioni...

           


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Editoriale

 

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I "valori" dell'Occidente

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